mercoledì 12 dicembre 2018

New Report | Dead Meadow: 11 novembre 2018 – Scumm, Pescara




Dead Meadow: 11 novembre 2018 – Scumm, Pescara


Fa tappa a Pescara il tour europeo dei Dead Meadow in una fredda e umida giornata di novembre. Il gruppo festeggia vent’anni di carriera da quando Jason Simon, Steve Kille e Mark Laughlin decisero di mettere insieme un trio heavy psych a Washington D.C. attirando immediatamente la curiosità di Joe Lalli con la sua Tolotta Records.

Da allora i nostri hanno pubblicato sette dischi in studio, compreso l’ultimo, bellissimo, The Nothing They Need, ed hanno girato letteralmente il mondo. Ora tocca a noi vederli in Abruzzo per seconda volta (dopo il live del 2008, dove presentavano Old Growth), un po’ stanchi ed affaticati, segno che per questo lunedì hanno fatto proprio uno sforzo a salire sul palco.

Inizia Mark Matos, alias Trans Van Santos, in solitaria, chitarra acustica, voce e riverberi desertici che ci portano tra dune e sole accecante. Tanto Devendra Banhart quanto Luke Roberts, il suo è un approccio in punta di piedi: tocchi gentili sulle corde e voce rilassata. Il suo secondo disco, TVS 2, è molto bello: c’è Jason Simon alla chitarra e le canzoni si aprono su arrangiamenti azzeccati. Ammette scherzosamente che sarebbe rimasto volentieri a riposare, ma non ci fa mancare niente; una mezz’ora dolce che è un buon prequel per i suoni acidi che ci aspettano.

Dead Meadow 11 novembre 2018 Scumm Pescara

Quando salgono i Dead Meadow sul palco, la musica cambia. Introdotti da un mantra di sitar e chitarra, aprono con la classica Greensky Greenlake che sale come un siero nel sistema linfatico dei presenti. Non hanno fretta di stupirci con effetti speciali. La loro è una miscela di Quicksilver Messenger Service, Cream, James Gang, Jimi Hendrix Experience che va mantecata a lungo. Anche la scenografia è ridotta all’osso con pochi effetti di luce e la macchina del fumo a far diventare le silhouette evanescenti. Tutto è in mano alla musica dei nostri e ai loro strumenti.

Jason è allo stesso tempo semplice ed articolato. La sua chitarra sputa riff acidi riverberati che si incagliano in assolo di wah-wah. Steve ha un Rickenbacker nero con amplificazione Ampeg: un velluto gommoso e ficcante che garantisce i limiti della trama. Sembra l’unico a non sentire la fatica di questi giorni: saltella e si emoziona sui pezzi come se fosse la prima volta. Il batterista rimane un po’ indietro. Sembra voler ripetere l’intenzione di Stephen McCarty (lo strepitoso drummer di Shivering King and Others e Feathers) senza riuscire pienamente nell’intento. È quasi in sottofondo, ma non possiamo biasimarlo dato che ha ricevuto un eredità pesante in senso di stile e diciamolo pure di coolness.

La scaletta pesca dai tutti gli album i pezzi più belli, sia quelli più hard dei primi tre dischi, sia quelli più delicati di Old Growth, come What Needs Must Be e Between Me and the Ground, che li avvicinano ad una psichedelia naturalistica di band come gli Arbouretum, unici veri eredi dei Dead Meadow. Sul finale arriva la sabbattiana Sleepy Silver Door, vero e proprio manifesto della band riconosciuto da tutti i presenti.

Un piccolo intermezzo in solitaria di chitarra e voce che ci ricorda che Jason Simon ha pubblicato in proprio due bellissimi album di folk psych (l’omonimo del 2010 e Familiar Haunts del 2016) e poi si torna insieme per la cover di Tomorrow Never Knows dei Beatles che in mano loro sembra ancora più calda e mantrica. Finisce tutto dopo un’oretta e mezza, ma non nelle nostre teste che riportano a casa echi e riverberi di una visione musicale fantastica e riuscita.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PRISMA CIRCUS – Mk. II / Promethea’s Armageddon




Prisma Circus – Mk. II / Promethea’s Armageddon


Bravi e creativi come i Radio Moscow, i Prisma Circus hanno dovuto affrontare qualche difficoltà per pubblicare il secondo album. Prima di tutto una nuova line-up che giustifica il marchio MK II (è rimasto in piedi controvento il solo Joaquin Escudero Arce, basso e voce) e di conseguenza il modo di scrivere e arrangiare la propria musica.

Ora, diciamolo pure, sembrano avvelenati: un pezzo come El Blues del Matusser è talmente furibondo ed infuocato che ricorda la lezione dei Pappo’s Blues, band argentina dei Settanta, del talentuoso chitarrista Norberto Napolitano, detto Pappo. E l’opener Promethea’s Armageddon conferma il sapore latino e la lezione di Napolitano di un’altra sua band di allora, gli Aeroblus, veloci e schizzati, primitivi Motorhead, in contemporanea con i progetti di Lemmy in quegli anni (siamo nel 1977).

Quando c’è sensibilità e classe, come già dimostrato nell’esordio Reminiscences, sembra tutto molto facile. La doppietta Fake Coral Snake e The Obsolete Man (non è una risposta a Eccentric Man dei Groundhogs, don’t worry!) sembra dirlo apertamente: ci divertiamo a rompervi il xxxx, giocando tra la tecnica dei Deep Purple, l’epica dei Rainbow e il furore bianco britannico che diede il via al NWOBHM nella prima metà dei Settanta. Complimenti.

El Guia de la Santa Compana fa il trittico con El Blues e la seguente Los Pasos de Coloso nella composizione delle liriche in lingua madre (quanto affascinante e riuscita risulta essere la lingua spagnola, nelle mani giuste? Band del Belpaese, provateci con la vostra lingua madre!) e fa terminare l’ascolto tra sapori desertici, rallentamenti, visioni in acido e colori deformi, alla maniera dei contemporanei (che fine hanno fatto?) El Festival de los Viajes, band argentina con alcuni membri dei Dragonauta. Sotto il Segno del Marchio Secondo le cose sembrano essere migliorate di gran lunga; un disco amabile ed incandescente per tutti quelli che cercano una musica eccitante.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | WYATT EART – Wyatt Earp




Wyatt Earp – Wyatt Earp


Classici come un sorso di vecchio bourbon, i Wyatt Earp, lo sceriffo cacciatore di bisonti e ladro di cavalli di inizio Novecento, mettono in scena un album senza tempo. Tastiere, riff Seventies e voce metal come un giovane Rob Halford o Ronnie James Dio; un songwriting che prende tanto dai Deep Purple e dai Grand Funk Railroad quanto dalle prime band NWOBHM; aggiungete un pizzico di cafonaggine tipica dell’hard fondato su ritornelli che si stampano subito nella memoria ed il gioco è fatto.

Matteo, il chitarrista, non disdegna l’impatto frontale delle twin guitars ed ha uno stile molto vicino al buon Dennis Stratton. Emerge l’influenza della Vergine di Ferro in pezzi epici e immortali come “With Hindsight” dove un riff stoner si incapsula dentro un’elegia di voce e tastiere che fa pensare ai Led Zeppelin ultimo periodo.

Per tornare ai giorni nostri sarebbe un piacere vederli dal vivo con band tipo Spiritual Beggars e Grand Magus con cui condividono l’idea di una musica elaborata e bollente. Spunta anche l’influenza dei Motörhead in un pezzo ultra speed come “Back from Afterworld” e chiude “Gran Torino”, che non ha niente a che fare con l’omonimo film di Clint Eastwood, dato che è una sorta di viaggio introspettivo che si interroga sul male e la morte.

L’etichetta Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa con band come i Wyatt Earp e le altre del rooster sta costruendo pian piano un sentimento nuevo di classicismo hard & heavy: giù il cappello.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | RINUNCI A SATANA? – Blerum Blerum




Rinunci a Satana? – Blerum Blerum


Rinunci a Satana? No, sembrano rispondere Damiano Casanova (Il Babau e i Maledetti Cretini) e Marco Mazzoldi (ex Fuzz Orchestra e Bron y Aur), le menti dietro al miglior moniker mai esistito in lingua italiana. “Blerum Blerum” è il loro secondo album, un concentrato di “Hard-Asperger-Rock” suonato con chitarre, batteria, ekoTiger e synth.

Damiano e Marco partono a razzo e finiscono incredibilmente a razzo, snocciolando nove perle strumentali, spassose fin dai titoli. Apre “Valhalla Rising”, bellissimo bignamino (con riferimento al film di Nicolas Winding Refn) su tutto quello che sono stati i Black Sabbath nell’ambito della musica heavy e il richiamo di Iommi viene seguito nella successiva “La veneranda fabbrica del Doomm”, che sul finale diventa una vera e propria “Paranoid” sfacciata e paracula (ma i due citano simpaticamente anche “War Pigs” per un secondo).

Seguono “Blerum” e “Blerum”, gemelle diverse: la prima è un blues come lo potrebbe suonare un ubriaco, la seconda un blues come lo potrebbe suonare Brant Bjork. “Salice Mago” è una ballata southern con abuso di wah-wah che la rende incredibile, la successiva “Niente di nuovo sul fronte occidentale” ribadisce il concetto che non è niente di nuovo l’amore smisurato verso il Sabba Nero, anche se viene virato verso sapori orientali (pensate in qualche misura agli Stinking Lizaveta).
“La serata del Gourmet” presenta delizie tutte italiane condite con ingredienti Osanna, The Trip e Metamorfosi, servite su un letto di popolare napoletana; “Chi sta scavando?” è un delirio con urla primordiali, ma non come John Lennon di “Mother” quanto come un bimbo che si incazza perché lo portate via dalle giostre.

Chiude “Dr. Tomas Ragtime Blues” che, come dice il titolo, è un congedo bifolco di un minuto e mezzo. Bravi Damiano e Marco: fantasia, classe e cazzimma. Sentiteli voi i piagnoni, io mi diverto con loro.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MOTHER NATURE - Double Dial




Mother Nature – Double Dial

I tarantini Mother Nature sono in giro dal 1993: hanno accumulato decine di concerti e moltissimi riscontri positivi. Dopo varie vicissitudini nel 2017 hanno ripubblicato il primo disco, Double Dial, dopo l’arresto delle attività del 2003.


In loro sentiamo il concentrato di tutto lo street rock di metà anni Ottanta con una velata di zucchero a velo souther rock. Aerosmith, D.A.D., The Black Crowes, The Cult, Tigertailz, Cinderella: hard provocatorio, sessualmente spinto e sfacciato, con alta carica di eccitabilità. I Mother Nature ambiscono a diventare una band FM e si percepisce dalla passione che mettono nel fare le cose per bene.

Pearl dimostra come anche la lezione garage dei primi Duemila arrivata da band come Hives e Turbonegro possa essere riportata nello stile glamy and sleazy del gruppo. Oggi come allora la vera matrice del groove è nel blues (sentite un pezzo come Everything Will Follow per capire come le dodici battute siano propedeutiche per tutto l’hard rock che sentiamo oggi) e oggi come allora non viene dimenticato il passaggio nei territori pomicioni con ballatone strappalacrime (Ask Yourself è tanto Faster Pussycat, quanto Soul Asylum).

Non si tralascia neanche il crossover dei primi Novanta (più Red Hot Chili Peppers che Jane’s Addiction ad onor del vero) in pezzi come Boy, We Gotta Handle This. I ragazzi suonano alla grande quello che gli piace ascoltare e che hanno assimilato nella loro lunga carriera; che male c’è se poi i pezzi puntano verso David Lee Roth o Mr. Big o i toxic twins? La musica serve a nutrire l’animo, anche con il divertimento.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 30 ottobre 2018

New Review | THE C. ZEK BAND – Set You Free




The C. Zek Band – Set You Free

The C. Zek Band è il progetto di Christian Zecchin, chitarrista lungocrinito dalla mente libera. In questa band, Christian ha voluto sintetizzare il suo concetto di musica ad incastro perfetto: soul, hard, blues e psichedelia al servizio della creatività.

Il risultato è Set You Free, un album di nove brani che scorre liscio come una tequila giù nel gargarozzo. Merito anche di Matteo, all’hammond, moderno Brian Auger o, per rimanere sul suolo italico, Sam Paglia. Proprio lui ingaggia con Christian una battaglia di riff che dona ai pezzi un appeal soulful proprio di gente che ama divertire e divertirsi. Segue e rimpolpa il concetto la brava Roberta che con il suo timbro caldo e malinconico, da perfetta erede delle signore in jazz, riesce a colorare il sound dolcemente (Kissed Love, una poesia in odore di ballata).

Quando prende in mano il microfono il chitarrista, il mood si inclina leggermente verso la grande tradizione del classic rock americano (Set You Free e la finale Drink with Me), anche se non manca il riuscito omaggio al rock inglese con una rallentata e bluesy Gimme Shelter dei Rolling Stone (l’influenza di Jagger/Richards spunta anche nell’originale It Doesn’t Work Like This).

Insomma, quando i musicisti sono dei grandi conoscitori dello strumento, il risultato non può non essere di alto livello. “Staccarsi dal senso del tempo, farsi trasportare dalla corrente, sentire che viviamo una dimensione ben precisa e che in qualche modo tutto volge verso un incastro perfetto… per me e per te”: ecco nelle parole di Christian cosa vi aspetta in Set You Free.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | WEED DEMON – Astrological Passages




Weed Demon – Astrological Passages

L’erba del Diavolo è pesante come un macigno. Dona visioni sulfuree, infernali e mortifere alla stregua di altri mangiatori d’erba e stregoni elettrici prima maniera. I Weed Demon vengono da Columbus, Ohio, ma non hanno nulla in comune con i New Bomb Turks, se non quella insidiosa vena nichilista da reduci dell’apocalisse.

Pubblicano per la Electric Valley Records di stanza a Cagliari e sono in quattro: Astrological Passages è il loro primo full length album e ci spiattella in faccia cinque pezzi senza fare prigionieri. La voce è una litania monocorde ultra-riverberata che dona alla musica uno spessore liturgico. Sigil of the Black Moon parla da sola: un lento sgretolarsi di rocce sotto riff catacombali, degni eredi della lezione di Mr. Iommi, così come i solos lo sono dell’acid psych più sludge ed estremo.

Tutto procede privo di spiragli di luce e si dipinge un quadro nero senza speranza e consolazione. Rimaniamo talmente schiacciati da tanta potenza che quando in Primordial Genocide si spengono i distorsori sembra di riuscire a respirare… Ma tutto si scioglie in un momento: arrivano i dodici minuti di Jettisoned (omaggio al sabba nero con un’armonica straziante) e buonanotte ai suonatori. Un album crudo, tagliato con l’accetta: delizia per i fan di sludge e doom, che avranno un altro disco dentro cui smarrirsi.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 16 ottobre 2018

New Review | PALMER GENERATOR – Natura




Palmer Generator – Natura


It’s a family affair, come dicevano Sly and the Family Stone, quarantasette anni fa: Michele e Tommaso (basso e chitarra) sono fratelli e Mattia (batteria) è il figlio di Michele. Questo è l’affare più amorevole della loro storia, nata otto anni fa a Jesi, Ancona. I Palmer Generator sono al terzo album e si definiscono post psychedelic core, anche se siamo nelle zone più dolci di Mogwai e Pelican, ossia un post heavy rock tenero come il burro.

Natura è un disco in quattro parti, ordinate numericamente, riflessione sulla madre/matrigna tanto cara alle peregrinazioni intellettuali dei romantici, come sembrano esserlo i Palmer Generator che sin dall’opener Natura I viaggiano in punta di piedi con piccoli tocchi e lievi fraseggi.

Vicini a certi Causa Sui meno articolati e meno cervellotici, i nostri si abbandonano completamente nelle braccia dei pezzi che toccano o sorpassano i dieci minuti ciascuno: un modo di lasciarsi andare, liberi nelle loro mappe emozionali.

Si parte da un fraseggio di chitarra, echo e delay, si sta lì intorno a far lievitare la massa sonora, senza soffocarla. Si aggiungono basso e batteria a colorare il tutto e si passa tra il forte e il lieve senza strattoni. Facile pensare che tutto nasca in sala prove, dopo un joint, in una jam torrenziale e continua, segno del proprio essere e farsi musica.

Ogni tanto si sentono echi latini à la Los Natas, altre volte si accende il fuoco motorik (Natura II) che sembra essere, per questo album, il vero centro di gravità. Facile abbandonarsi sulle rive ambientali di Natura III, una decina di minuti space form con qualche spezia orientale, prima del finale di Natura IV che nell’Oriente ci si butta di pancia. L’affare di famiglia è davvero un buon affare.

Eugenio Di Giacomantonio

New review | GRAVE – A Trip to Mustafar




Grave – A Trip to Mustafar

Il viaggio verso Mustafar (pianeta immaginario nato dalla fantasia di George Lucas) è sulla navicella spaziale dei Grave (band reale, pronuncia italiana, come non è successo nulla di grave) che con quattro tappe strumentali ci fanno abbandonare l’atmosfera terrestre.

Nati sulle sponde del Tagliamento e abbeverati alla sacre fonte di Black Sabbath, Kyuss e Colour Haze, Marco, Davide e Demos dimostrano una classe e una padronanza musicale notevole. I pezzi di A Trip to Mustafar si aggirano intorno ai dieci minuti ognuno e si intuisce come sia difficile arrivare a quella distanza senza annoiare.

Prendiamo per esempio The Incredible Duna Man che, pur pagando il tributo a Demon Cleaner dei Kyuss, riesce a smarcarsi di lato e a ispessire il ventaglio sonoro verso altre direzioni; in più l’intro à la Fu Manchu è chiara indicazione che i loro ascolti si nutrono solo del meglio.

Così sono anche gli altri pezzi: alcuni si inclinano verso sonorità Seventies (Space Embryo è un bel ragionamento sul perché i riff dei Black Sabbath siano immortali), altre volte rivelano come la grande mama blues riesca a manifestarsi in qualunque forma (Johnny Greender Story) riuscendo a tenere alta la soglia di attenzione e di soddisfazione dell’ascoltatore.

Merito anche della presenza liquida di Matt ai sintetizzatori che, seppur facendo un lavoro sotterraneo, riesce a dare il suo contributo. I ragazzi ci sanno fare e immagino che il meglio debba ancora venire.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | BRANT BJORK – Mankind Woman




Brant Bjork – Mankind Woman


Altro bel colpo piazzato dalla romana Heavy Psych Sounds: dopo The Revolt Against Tired Noises degli Yawning Man arriva Mankind Woman, tredicesimo album in studio di Brant Bjork, un ragazzo che genuinamente rappresenta la parte migliore, incontaminata e spirituale di tutta la scena desert psych americana. Sia negli album dei gruppi maggiori (Kyuss, Fu Manchu, Vista Chino) che dei minori (oltre agli splendidi Ché e Ten East il nostro ha suonato tra Desert Sessions, Fatso Jetson, Mondo Generator e nella meteora che fu Yellow #5), Brant ha donato il suo stile black flower power senza condizionamenti. Ogni volta che sentiamo il suo tocco, il suo modo di interpretare un pezzo, quello che viene fuori è pura anima.

Andiamo un passo indietro a risentire Tres Dias o Local Angel, album privi o quasi di elettricità: qualcosa di simile ad una preghiera, un colloquio con la parte magica e trascendente della vita. Quando ha iniziato a realizzare i suoi album solisti si respirava un’aria famigliare e domestica; uno scorcio casalingo sul suo modo di suonare e registrare lontano dalla confusione e dalle contaminazioni altrui (Jalamanta, edito dalla Man’s Ruin nel 1999, o Keep Your Cool del 2003).
Negli anni Bjork ha aperto il ventaglio delle collaborazioni ad amici vicini e lontani: ne son venuti fuori album come Brant Bjork and The Operators (con Mathias Schneeberger e Mario Lalli), Saved by Magic (Brant Bjork e i The Bros.) e Somera Sol (con la Low Desert Punk Band) che nonostante gli arrangiamenti più elaborati non riuscivano a schiacciare il presupposto originario di Brant: lasciare la musica spontanea.

Negli ultimi album, da Black Flower Power del 2014 ad oggi, il fatto di essere in una band sempre più stabile ha condizionato il nostro portandolo verso un songwriting meno autoriflessivo ed inclusivo delle varie sensibilità degli altri elementi in studio. Così è anche quest’ultimo Mankind Woman, che se da un lato manca degli aspetti più emotivi del suo autore, dall’altro mette sul tavolo un album ben scritto e ben suonato. Compartecipe alla scrittura è il chitarrista della Low Desert Punk Band, Bubba Dupree, e per la prima volta assistiamo alla performace di Sean Wheeler alla voce in alcuni pezzi (Nation of Indica, Somebody e Pretty Hairy).

Il mood sleazy di Brant esce fuori in pezzi soulful come la doppietta Lazy Wizard e Pisces, in cui il suono della chitarra, quel suono specifico unito al suo caldo timbro vocale, manda l’ascoltatore in un’altra dimensione. Altre volte la visione originale del nostro viene contaminata dai suoi ascolti (a tal proposito c’è da ricordare la scena in cui Brant sfoglia la sua collezione di dischi nel film Sabbia del 2006 per comprendere in quali e tali direzioni proviene la sua espressione artistica) come nella title track, che parte da un riff hendrixiano per scontrarsi frontalmente con lo stile dei Deep Purple. Ottime anche 1968 e Brand New Old Times, quest’ ultima dolce e scanzonata con un riff circolare che si imprime nella testa, mentre la prima è un urlo primitivo che descrive il tempo distopico che vive il nostro.

Brant Bjork è patrimonio dell’umanità: un artista come lui ogni cinquant’anni e la musica sarebbe salva per sempre.

Eugenio Di Giacomantonio

New review | YAWNING MAN – The Revolt Against Tired Noises




Yawning Man – The Revolt Against Tired Noises

La bellezza e l’originalità della chitarra di Gary Arce sono ben note. Dalla metà degli anni Ottanta costruisce il suo stile pizzicato e riverberato all’infinito, guadagnandosi la meraviglia e il tributo di gente come John Garcia e Josh Homme (dai generator party riprendono una allora inedita Catamaran, a.d. 1988, pubblicandola nel loro ultimo disco a nome Kyuss, a.d. 1995, come segno netto di appartenenza). Ora gli Yawning Man sono diventati una band di culto e pubblicano il loro quarto album, The Revolt Against Tired Noises, con la nostrana Heavy Psych Sounds.


Gary è sempre il ragazzo gentile con gli occhi pronti a cogliere le bellezze del mondo ed al suo fianco ci sono Mario Lalli alle quattro corde e Bill Stinson dietro le pelli. A proposito di Mr. Lalli: è talmente fondante il suo stile che, quando si accende il microfono e canta, riporta tutto alla corte dei Fatso Jetson meno schizzati (Grant’s Heart). La cifra migliore si ha quando il gioco è in mano a Gary, come in Skyline Pressure (una estatica visione dall’alto, dell’alto) e Violent Light, quasi un bignami tecnico sulle qualità espressive della chitarra.

Si ha la percezione netta di ascoltare un artista fatto con la stessa pasta di monoliti come Jimi Hendrix o John Lennon: musica come missione. Sin dai tempi del ritorno con Rock Formations. Una mano innalzata verso l’alto e l’altra imposta sulla terra a far dono all’umanità di una energia ultraterrena trasformata in musica. L’iniziale Black Kite fa il paio con la title-track ed è evidenza di come l’ispirazione sia qualcosa che travolge l’individuo per trasportarlo altrove.

Per tornare a Catamaran, qui si presenta in maniera più melliflua e liquida, quasi riusciamo a percepire la brezza marina in faccia. Come a dire: sono passati trent’anni e noi siamo rimasti dove siamo partiti, riprendendo in mano il lume genuino e poetico dell’illuminazione artistica.

Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 13 settembre 2018

New Review | GIANNI URBANI – Compendium




Gianni Urbani – Compendium

L’uomo è una figura destinata a scomparire. Con questo incipit si presenta il compendio del secondo disco di Gianni Urbani, al secolo chitarrista dei Joe Maple e abile creatore di riff ammalianti. Osservando le  psicopatologie quotidiane che caratterizzano l’uomo del terzo millennio, ha sintetizzato la sua visione in elementi di neoluddismo. Ma se è vero che la tecnologia è portatrice di cambiamenti sociali, politici e culturali, è vero anche che essa è la struttura che permette la realizzazione espressiva e musicale del nostro che, nella solitudine del suo studio domestico, ha composto, prodotto e suonato sei pezzi di una bellezza verace.


Rispetto all’urgenza del debutto (#MusicaStocastica del 2015) dove non è stato facile contenere tutte le idee in un solo blocco, qui si gode di una rilassatezza mediata. C’è stato il giusto tempo per approfondire il viaggio dentro di sé e sul fondo di questa scoperta si è depositata una rabbia misurata.

Audiophoby si muove in punta di piedi, quasi avesse paura di attaccare il silenzio, e defluisce dentro L’abbraccio del pugile, che guarda in faccia Josh Homme, sfidandolo. Doors se ne infischia del gruppo di Venice Beach e fa emergere la fascinazione del nostro verso il lavoro di Trent Reznor, al netto delle chincaglierie elettroniche. Il Vuoto formale è il segno di un’attesa, mentre Funk the Fuck n’ Sax the Sucks (premio internazionale come miglior titolo 2018!) è la sua risposta hard/punk in odore blaxploitation (la vedremmo bene in un inseguimento del maestro Enzo G. Castellari).

Chiude Vladivostock che riprende la padronanza del mezzo di Audiophoby e tutto finisce dopo una ventina di minuti. Buono come il peperoncino sulla pasta, il lavoro di Gianni Urbani è cresciuto come un cactus sul brecciarone e continuerà a crescere.

Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 20 luglio 2018

New Review | SATORI JUNK – The Golden Draft




Satori Junk – The Golden Draft


The Golden Dwarf, secondo full-length dei Satori Junk, è un album molto interessante. Fatto tesoro della scoperta dei suoni Sixties degli Electric Wizard in Withcult Today, i quattro ragazzi milanesi ampliano l’intuizione in direzione melodica. Come a dire heavy/space/doom ma con un cuore. Ed ovviamente con una visione della cosa del tutto personale. Come ci spiegano i nostri, “l’idea principale della band è quella di intrappolare l’ascoltatore in un mondo rabbioso, scomodo e distorto” e ci riescono benissimo, scrivendo canzoni lunghe ed articolate che non disdegnano il tocco di fioretto (vedi alla voce All Gods Die).

Milano, con le sue nebbie ed i suoi fumi (immaginiamo non solo delle fabbriche!) deve essere stata fonte di ispirazione principale, dove la realtà urbana condiziona direttamente il vissuto di Luke Von Fuzz , Chris, Lory Grinder e Max. Ne esce fuori un sound che fa del riff il segno del disagio, ma anche del riscatto e della ribellione. Molto vicini a Sons of Otis, Comacozer e Monkey 3, i Satori Junk percorrono la stessa strada dei connazionali Kayleth, Black Capricorn e Ufomammut: spazio profondo e chitarre micidiali.

Le canzoni di The Golden Dwarf risultano scorrere una dentro l’altro come una sorta di concept album, dove chiude la title track che fa del Sabbath nero il vero punto di riferimento del gruppo, prima di abbandonarsi alla cover di Light My Fire: allucinata, pesante e liquida, lunga fino a undici minuti. Satori Junk: accendete il bong.






Eugenio Di Giacomantonio

New Review | UNIMOTHER 27 – AcidoXodicA




Unimother 27 – AcidoXodicA

È l’espressione di un sogno palindromo, in una città labirintica e tridimensionale dove l’orizzonte non cambia mai e sei costretto a rivedere lo stesso scenario, asfissiante e conturbante, fino al ritorno dello stato di veglia, come unica soluzione all’enigma. Così come è palindromo il titolo dell’album: AcidoXodicA che richiama in maniera diretta Aoxomoxoa dei Grateful Dead, anche se il mood del disco in questione è giocato su registri molto differenti rispetto alla band di San Francisco.

Partendo dai titoli, affascinanti e, se letti consequenzialmente, una piccola poesia, Piero Rannalli, già nei seminali e prime movers Insider, con il suo progetto solista (non in senso stretto, dato che qui si fa aiutare da Mr. Fit alle percussioni) Unimother 27 sonda il suo universo inconscio dove si assiste alla lotta tribeman vs townman, ossia alla lotta tra la coscienza del sé tribale contro l’altra parte del sé urbano. Ovviamente una volta imbracciata la sua Les Paul la predominanza del primo risulta evidente e ne esce fuori un sound primordiale e acrobatico.

Giocato tutto sulla bravura compositiva, ritmica e melodica, del nostro, AcidoXodicA è un viaggio strumentale psichedelico. A valle tra masse essa martellava è un bell’incrocio tra ritmi blaxploitation e tappeti acid temple alla maniera dei Liquid Sound Company; Opporti a me non è mai troppo è una bella sfera magica di melodia; È corta e atroce potrebbe passare benissimo in una sequenza di suspence nei film gialli Settanta italiani, così come Arte tetra. Sopra a tutto (essenzialmente anche sotto a tutto) la chitarra solista di Piero: un corto circuito che si auto insegue con una, due, tre tracce di solos a sovrapporsi o a prendersi amichevolmente a gomitate. In questo, i suoni delle percussioni e dei synth sono quasi dei costruttori d’ordine senza i quali il disfarsi sembrerebbe dietro l’angolo… Sembrerebbe, attenzione, non è; per mantenere questa sorta di equilibrio instabile c’è bisogno appunto di una visione concreta.

Conclude l’album Eterni attici di città in rete, tra l’Umiliani più divertito e gli Euroboys, quasi ad alleggerire lo stato di tensione generato dall’ascolto. Come già accaduto per dischi come Grin e Escape from the Ephemeral Mind, un gran bel lavoro, non c’è che dire.

Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 13 luglio 2018

New Review | WREKMEISTER HARMONIES – The Alone Rush




Wrekmeister Harmonies – The Alone Rush

Pura densità post apocalittica. Voce profonda, viole e tocchi di pianoforte, tamburi in lontananza lenti e grevi, clarinetti angoscianti. Così è A 300 Year Old Slit Throat, opener dell’ultimo lavoro di JR Robinson e Esther Shaw, ovvero Wrekmeister Harmonies. Simile al crooner inverso è all’angolo di una città devastata a cantare la fine del mondo. Eppure, in mezzo a tanto buio e profondità, emerge una sensazione di benessere e sottile rilassatezza. Come in certi pezzi degli Swans (è presente come ospite il loro batterista, Thor Harris) o in alcuni dischi del primo Mark Lanegan, tanta melodia oscura produce tanto siero consolatore.

A differenza delle prime uscite come You’ve Always Meant So Much to Me e Then It All Came Down, qui non c’è esclusivamente drone music for depressed people (attenzione a Descent Into Blindness: fa proprio quello che ci si aspetta) ma una concezione della composizione ariosa, dentro una struttura da concept album. Ovviamente non è un disco facile dato che, come indica JR, il periodo in cui è stato composto è immediatamente successivo alla perdita di una persona cara e affronta questo isolamento “like an affair, just the two of us, thinking the similar thoughts and working them out with hours and hours of conversation, totally alone”.

Sensibile e pronto a metabolizzare le sue angosce, Robinson usa la creatività come consolazione e cura vera e propria per l’anima (Covered in Blood From Invisible Wounds è dolce e  tribale come alcune cose dei Dead Can Dance) riuscendo ad avere un fare cooptativo con la natura che gli si è posta davanti. Non tutto però riesce a passare attraverso il collo di bottiglia della rimozione del dolore: Forgive Yourself and Let Go è l’esplosione selvaggia di un atto di violenza senza filtri, un’espulsione esteriore di un travaglio interiore. Dopo, i violini di The Alone Rush sono la cosa più commovente che si possa ascoltare. Un album bello e profondo: quando la musica è liberazione.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ATOMIC MOLD – Hybrid Slow Flood




Atomic Mold – Hybrid Slow Flood

Un riff sulfureo; una batteria che entra imponente; una cantilena soffusa e indolente: così si presenta Hybrid Slow Flood, il secondo full-length dei veronesi Atomic Mold, band dedita a riti occulti e malefici. Più che ai consanguinei Electric Wizard, con cui condividono il bere sangue da calici infetti da putrefazioni sabbathiane, possono essere ricondotti ai Sons of Otis e agli Acid King, soprattutto per quella visione space infinita della particella elementare doom.

Dopo lo split con i Mount Hush, Hybrid Slow Flood è un disco di conferme. Colpiscono a fondo due pezzi lunghi e deliranti: I Fall, ovvero se hai indovinato un riff giusto perché cambiarlo? (Stephen O’Malley docet), e Wood Line, monolite 100% Goatsnake, e questo è un bene. Il primo è l’eterno essere se stessi, senza cambiare mai, anche se nel fondo si sentono infiltrazioni millesimali di accenti e particolarizzazioni. Il secondo parte dalle Wetlands della Louisiana per approdare ad una sospensione dello spazio/tempo magistrale.
In mezzo, a contrasto, l’opener Hypnosis e la simpatica Yellow Crocodile (quasi quasi hanno sciolto anfetamina nel calice?) da sembrare quasi fuori luogo con i, rispettivamente, cinque e i tre minuti e quaranta. E pensare che i Ramones con venti minuti ci facevano un album intero di dieci pezzi…

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | OOPART – OOPart




OOPart – OOPart

OOPArt (acronimo derivato dall’inglese Out of Place ARTifacts, «manufatti, reperti fuori posto») è un termine coniato dal naturalista e criptozoologo americano Ivan Sanderson per dare un nome a una categoria di oggetti che sembrerebbero avere una difficile collocazione storica, ossia rappresenterebbero un anacronismo”.
Strano come Flavio, Andrea e Valerio abbiano deciso di scegliere questo moniker dato che il loro rock ha tutte le caratteristiche per risultare a posto. Il gruppo romano pubblica questo primo EP di cinque pezzi sulla scia del blues rock psichedelico derivato dagli inglesi anni Sessanta e attualizzato (quindi suonato e prodotto) al 2018.
I pezzi scorrono via che è un piacere con un appeal melodico e romantico che potrebbe piacere anche ai ragazzi nel del tutto avvezzi alla rude scena stoner/psych. Il rifferama segue la creatività propria di hard band come Cream, Thin Lizzy, Blue Öyster Cult, ZZ Top (Velvet Blues) e si appoggia su una sezione ritmica compatta ed incisiva.
Al canto si alternano Flavio ed Andrea (chitarra e basso rispettivamente) che danno ognuno una sfumatura diversa alle canzoni (espressamente in Cleo’s Kaos, dove il timbro stoner è più evidente che in altre parti). Chiude Tornado, brano che sembrerebbe una song strumentale alla Brant Bjork con sovrimpressione di samples.

Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 21 maggio 2018

New Review | HEY SATAN – Hey Satan




Hey Satan – Hey Satan

Hey Satan! Con un nome così ci si aspetterebbe un gruppo che sodomizzasse i Venom a suon di Crade of Filth. In realtà ci troviamo di fronte ad un tipico power trio hard stoner come lo potevano essere gli Orange Goblin.
Provenienti da Losanna, Svizzera, François, Laurent e Frank dopo varie band (Shovel e Houston Swing Engine) e un’amicizia di lunga data, hanno stretto il sodalizio sotto il moniker Hey Satan. Il loro omonimo debut album potrebbe piacere a chi ha una visione del rock underground a trecentosessanta gradi: Legal Aspect of Love strizza l’occhio a certo alternative metal rimasticato secondo canoni hard rock, così come certe intuizioni alla chitarra rendono omaggio a Tom Morello e alla suo stile schizzato e originale.
La voce François punta all’energia ed al coinvolgimento come fa Neil Fallon con i suoi Clutch, anche se si riconosce un abbeveramento alla fonte Chris Cornell (1991 d’altra parte ha un titolo inequivocabile). I due singoli già editi presenti nell’album confermano le impressioni generali, condensandole: Fallon City Messiah in apertura è Audioslave al 100% e In Cold Blood potrebbe piacere ai fan dei P.O.D. per l’intensità emotiva e i tipici stacchi sulla voce.
Chi è in cerca di riff prettamente stoner è soddisfatto in Red Light Women, under the sign of Unida mark, e nella conclusiva This Meat Stinks, Honey!, una strumentale con un bel fraseggio Seventies. Ecco fatto. Il pranzo è servito.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | GLI INSETTI NELL'AMBRA – L’Aleph




Gli insetti nell’ambra – L’Aleph

Si definiscono devoti al kraut rock e al garage il duo Gli insetti nell’ambra. In realtà assomigliano a quella genia di cantautori rock degli anni 70 (Eugenio Finardi in testa) che versavano sulla linea cantautoriale, chitarre elettriche, sperimentazione, curiosità.
Ventisette minuti in una deliziosa cassettina rosa per sette pezzi in tutto (in verità sei, più una chiusura semidronica): Lapo ‘Ludwig van Baloney’ Boschi (voce, chitarra basso, chitarra ritmica, campionamenti, modulatore ad anello) e Chris ‘Bronkos’ Bettoli (chitarra selvaggia) hanno così dato seguito al debutto Controllo del 2016.
È una questione privata, come si diceva anni fa, tanto che i testi (:riflessi è basato sulla poesia omonima di Aldo Palazzeschi, Aleph sul racconto di Jorge Luis Borges) seguono una linea autobiografica che pedina il quotidiano dei nostri da vicino (Foto) e per qualche verso ricordano le cose fatte in casa dalla Riotmaker, in una dimensione propriamente rock (al limite della New Wave a cavallo tra Settanta e Ottanta sono certe scelte estetiche nelle linee di basso, come in :riflessi).
Disagio giovanile dissimulato nei testi e spleen and ideal corroso nel sound: pubblica la francese Skank Bloc Records che ci ha abituato a cose strane e fantasiose. Qualcosa da guardare dal futuro per inquadrarlo meglio (forse).

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | VVLVVA – Path of Virtue






Vvlva – Path of Virtue

Una volta c’erano gli Orkus Chylde, ora non ci sono più. Abbiamo la loro continuazione sotto altro nome, Vvlva, ma il concetto di base rimane pressoché lo stesso: psychedelic ‘60s rock con venature hard à la Deep Purple. Non hanno paura di toccare i giganti della musica classica, iniziando con una citazione in Black Sands, ma è solo un benvenuto dato che poi il pezzo si sviluppa in maniera egregia in direzione Black Widow come non sentivamo da tempo, con fuzz guitar, cori gotici e tasti d’avorio a festeggiare (per l’occasione si ha l’ospitata di René Hofman alle backing vocals, che tornerà poi nella conclusiva, rilassata Second Voice).
Motel Floor è un baccanale orgiastico su tappeti erbosi Leaf Hound, mentre la successiva Cause and Effect sembra una perla Jefferson Airplane male version con Brain Auger ai tasti, strafatto di acido. Da prendere con le pinze questi riferimenti, dato che i nostri hanno tanto controllo della situazione da far volgere a proprio favore e in maniera del tutto personale il risultato musicale.
L’orgia chitarra/tastiera non smette in Dieb der Seelen che per qualche motivo ricorda la sboccatezza glam dei Kiss modellato nella blues battle dei Cream di Wheels of Fire e in Cryptic Faith vengono tirati per la giacchetta i padri fondatori, il monolite, i fab four oscuri: Black Sabbath. La vedova nera riappare in Adam’s Owe che si collega direttamente all’opener Black Sands; la titletrack è un richiamo agli Steppenwolf come la potrebbero suonare i Purson e poi c’è la meraviglia di Second Voice.
Riabbiamo René Hofman (sua è anche la registrazione e il mixer dell’album) alle backing vocals più Wolfgang Haselberger alla chitarra slide che proiettano il classicismo hard della band in direzione roots rock: Neil Young e Eagles a bersi un goccio insieme in riva al fiume (più classe hanno i Dead Man scandinavi sullo stesso tema, ma si può sintetizzare che facciano la stessa, meravigliosa cosa). Finito l’ascolto rimane in bocca un sapore dolce di qualcosa che siamo soliti masticare ma di cui non abbiamo fatto ancora indigestione: volete unirvi al banchetto degli straccioni? Io, ancora una volta, sì.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 13 marzo 2018

New Review | BLACKBIRD HILL - Midday Moonlight



Blackbird Hill – Midday Moonlight


Un suono grass blues è quello che esce dalle casse una volta inserito Midday Moonlight, il dischetto d’esordio dei Blackbird Hill. Duo francese di Bordeaux, Alexis Dartiguelongue (chitarra, voce) e Maxime Conan (batteria, voce) ricordano i nostri There Will Be Blood ma con un appeal più commerciale.
Una ballad come Horseback Sight non sfigurerebbe certo in un film di Tarantino, così come Midday Moonlight potrebbe essere giusta consolazione per gli orfani dei White Stripes e 16 Horsepower. I restanti quattro pezzi sono sulle coordinate delle dodici battute che dopo i Black Keys hanno convinto più di un produttore ad investirci i soldi e più di un ragazzino ad imparare a suonare la chitarra.
Va da sé che Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Willie Dixon e tutti gli altri artisti della Chess Records erano altra cosa, a cominciare dalla ribellione/rivoluzione che rappresentavano. Ma questa è, come si suol dire, un’altra storia.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 13 febbraio 2018

New Review | LORDS OF ALTAMONT – The Wild Sounds of Lords of Altamont






Lords of Altamont – The Wild Sounds of Lords of Altamont


Jake Cavaliere è l’immagine del rock’n’roll. Dopo Lemmy, ovviamente. Dai Fuzztones, ai magnifici Bomboras, ai Lords of Altamont (black humor, Jake?) insegue un’idea, un modo di vivere, una fede.
Cosa ha di diverso questo The Wild Sounds of Lords of Altamont dagli altri album pubblicati dalla band? Proprio niente. E questo è il bello. Perché sono tutti perfetti nel misurare la classe dei nostri in canzoni quasi sempre al di sotto dei tre minuti. Ecco. Forse in quest’ultimo c’è un’urgenza (Been Broken) espressa con più urgenza (il tempo passa, vero vecchio Jake?) e i pezzi hanno subito, per quanto possibile, ulteriori perfezionamenti.
Chi volesse entrare nel loro mondo incontrerebbe sing a long in salsa southern come Take a Walk, erotismo deviato alla Turbonegro in Going Downtown, Death On the Highway e la cover di Evil, classico di Willie Dixon portato al successo da Howlin’ Wolf e già rifatto dai Monster Magnet di Superjudge.
Per gli amanti della psichedelia c’è da godere in odore di space rock motorick con Revolution (altre band come 500 Ft. of Pipe hanno prodotto lo stesso magico suono) e per i Nuggets addict ci sono perle come la tripletta Fever Six, I Say Hey e Can’t Lose.
Si finisce come in chiesa con Where Did You Sleep che sembra la perfetta unione tra Motorhead e Girlschool con l’aggiunta dell’Hammond. Questo è quanto. Jake insegue una fede. E noi con lui.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | RUDHEN – Di(o)scuro






Rudhen – Di(o)scuro

Tirano in ballo il mito di Castore e Polluce (eroi gemelli concepiti nella stessa sera da Leda, prima con Zeus – dall’unione Polluce l’immortale – dopo con Tindaro – il mortale Castore) i trevigiani Rudhen. Con Di(o)scuro i quattro si ripropongono dopo due EP, il primo omonimo e Imago Octopus del 2016.
Nome omen, il gruppo è rude e arcigno come ce lo ricordavamo. Macinano riff robusti e schiacciasassi all’insegna del buon vecchio stoner rock. La voce di Alessandro è tesa alla ricerca dell’ululato del coyote John Garcia e il resto della band lo sostiene egregiamente con un sound robusto e carico.
Nonostante tutto, il risultato sembra epico, fragile e disperato allo stesso tempo (prendere Fragile Moon ad esempio), segno che in un genere definito come lo stoner possono coesistere altri linguaggi.
Devono essere innamorati della storia, dato che citano la presa della Bastiglia nel pezzo 14/07/1789 (dove nel finale una spiazzante marcia di pianoforte, archi e tamburi offre una buona occasione per ribadire che libertà, uguaglianza e fraternità devono essere i segni distintivi della condizione umana) e Carthago delenda est, anche se poi un titolo come My Girls Are Like Hallucinogenic Frogs merita da solo il prezzo del biglietto.
Amanti di Roachpowder, Acrimony, Iron Monkey, Karma to Burn, qui c’è un disco che fa per voi.

Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 29 gennaio 2018

New Review | WEDGE – Killing Tongue






Wedge – Killing Tongue

Il suono dei Wedge, di stanza a Berlino, si è fatto ancora più quadrato che nell’album d’esordio. Alla maniera dei vecchi Gorilla (ora Admiral Sir Cloudesley Shovell) hanno ispessito la componente Sixties per risultare high energy fuzz’n’roll. Un brano come Lucid richiama quelle band che nei tardi Sessanta si aprivano ad influenze più hard, come Pink Fairies, Sir Lord Baltimore e Leaf Hound. Mentre Tired Eyes non ha paura di sporcarsi con il deserto e portarlo di fronte a Steppenwolf, Eagles e Doors.
Insomma, Kiryk, Holger e David hanno una quantità di influenze e di ascolti così varia nel loro background che non hanno la minima paura di mischiare le carte in tavola come più preferiscono. E proseguendo nell’ascolto incontriamo di tutto: Santana ci saluta calorosamente da Quarter to Dawn; gli Atomic Rooster scapocciano nella title track; Ozzy e il sabba nero ritualizzano Who I Am (titolo quantomeno esplicativo!); Angus ci elettrizza nella finale Push Air.
Con la benedizione di casa Heavy Psych Sound Records, questo Killing Tongue si dimostra un jukebox attivo su cosa è stata e cosa è la musica hard e psichedelica. O altrimenti una moderna Nuggets con una band sola. Per chi vuole una summa di anthem nell’anno 2018. La classe per pensare una cosa del genere c’è e viene dimostrata.
Wedge Killing Tongue
Wedge

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | VOID GENERATOR - Prodromi








Void Generator – Prodromi

Quattro lunghi pezzi registrati dal vivo e con un solo microfono. Non importa se si sentono le voci di sottofondo, non importa degli orbital mistakes e dei cosmic noises: l’importante è far defluire la musica dalla propria mente in totale libertà, sperando che incontri le sinapsi di chi suona insieme a te.
Gianmarco Iantaffi è la mente che si muove dietro i Void Generator, attivi dal 2006 con We Have Found the Space (ma il debutto omonimo risale al 2004). Edito da Phonosphera Records, Prodromi è il loro quarto album e a differenza degli altri è un lavoro non mediato, non provato, non elaborato. È un disco di quattro pezzi lunghi circa quindici minuti ognuno, totalmente jammato. La materia grossa è ovviamente il suono degli Hawkwind, sempiterni guerrieri dello spazio a cavallo delle supernove. La materia fine è invece la miriade di ascolti trans generi che permettono di tirarla per le lunghe senza annoiare. Per farci catapultare nel loro studio qui e adesso e per permetterci l’immedesimazione massima con i musicisti ci sono anche le dissolvenze in entrata e in uscita: come a dire, questo sta succedendo e questo è ciò che senti adesso.
Nessun strumento prevarica gli altri, nessuna prima donna vuole spuntarla. Ovviamente quando il terreno è pronto ad accoglierlo, Gianmarco si lancia in lunghi assoli acidi (Sleeping Waves). Altre volte, dolcemente, delicatamente, le keyboards di Enrico ricamano paesaggi fioriti. Ma nel complesso emerge la voglia dei nostri di rilassarsi e godersi la gioia di suonare. Alla maniera di Da Captains Trip, Prehistoric Pigs e Tuna de Tierra, ci sono delle band in Italia che nella via strumentale, totale o parziale, stanno cercando di trattare l’ispirazione del momento come la miscela che accende la passione del suonare. Da qui nasceranno altre albe cosmiche.
Void Generator Prodromi
Void Generator

Eugenio Di Giacomantonio