venerdì 11 gennaio 2019

New Report | SPACE PARANOIDS – High Tales

  • Voto della Redazione: 7/10
  • Band: Space Paranoids
  • 1. Elephannibal
    2. Wildboar March Part II
    3. Red Coast
    4. La Draio (Feat. Tom Newton)
    5. Malpas
    6. Iupiter Penn Boogie
    7. Man from Mecca
    8. Val d'Inferno
  • Etichetta: Vollmer Industries, Edison Box, Scatti Vorticosi Records, TADCA Records
  • Anno: 2018
  • Official Website


Space Paranoids – High Tales


Tornano gli Space Paranoids con “High Tales” dopo i brillanti “The Eternal Rambler” del 2015 e l’esordio “Under the King of Stone” del 2012. I racconti alti del titolo non ammiccano ad un’aurea letteraria, ma si riferiscono all’alta quota, vero amore manifesto di Simone, Cristiano, Luca e Andrea.

Si apre proprio con lo spirito conquistatore di Annibale di “Elephannibal”, roccioso stoner blues ad impatto frontale e si segue la scia con la successiva “Wilboar March Part II”, hard desertico come lo potevano concepire quella meteora dorata che furono gli Unida (guardate il video su YouTube qui sotto così potete vedere la terra che li nutre).

“Red Coast” vira verso toni leggermente più grungy, mentre “La Draio”, seppur partendo con un flavor alla Rage Against the Machine, si inchina alle dolcezze psichedeliche del finale con la partecipazione di Tom Newton all’armonica a bocca. Scelta azzeccata, non solo perché dal 1970 l’innesto funziona grazie a Ozzy Osbourne, ma proprio perché da lupi alpini quali sono non potevano non omaggiare uno strumento così famigliare.

“Malpas” ha qualcosa di candidamente American classic rock mentre “Iupiter Penn Boogie” è perfetta per ospitare Ben Ward, così com’è hard heavy blues alla maniera degli Orange Goblin del periodo “The Big Black”. Sul finale “Man from Mecca” risulta più vellutata e suadente, narrandoci di vite spese nei boschi e defluisce nella strumentale “Valdinferno”, finale ancor più approfondito nello sguardo consolatorio su ciò che li circonda.

Parlano di cose che conoscono bene gli Space Paranoids e riescono nell’intento da farci partecipare al loro mondo, ruspante e genuino, per una quarantina di minuti. Notevole.

Eugenio Di Giacomantonio

New report | RAINBOW BRIDGE – Lama




Rainbow Bridge – Lama


I Rainbow Bridge li avevamo lasciati alla corte di sua maestà Jimi Hendrix e li ritroviamo là, satolli di una abbuffata fuzzalicius come nei migliori party del 1969. Giuseppe “JimiRay” Piazzolla è il perno su cui si solleva questo mondo e il suo soprannome è l’evidenza a cui questo mondo appartiene, anche se il gusto è quello che fa la differenza.

Rispetto al predecessore “Dirty Sunday”, del tutto strumentale, qui abbiamo quattro pezzi cantati su sei, anche se, per essere onesti, le liriche assumono il carattere accessorio, dato che la prima dama su cui concentrare le attenzioni è proprio la chitarra di JimiRay. “The Storm is Over” completa il dittico Jimi/Stevie Ray con slow hand Clapton, risultando una out-take dei Cream del primo bluesy album “Fresh Cream”.

Spunta anche un’attitudine epica in “Day After Day” anche se il segno autografo della band lo riconosciamo meglio in “Lama” e “Spit Jam”, cavalcate immortali e immorali. “Words” è una piccola sorpresa di proto heavy metal con un tiro alla Steppenwolf mentre ”No More I’ll Be Back”, finale da dodici minuti, è una gemma southern rovente come un piatto di chilaquiles messicane.

Inscritti nel solco della tradizione della musica immortale, i Rainbow Bridge non deludono: resta da capire la curiosa e misteriosa infatuazione per i lama, omaggiati nei ringraziamenti come migliori amici dell’uomo (!), insieme a birra e alcool ovviamente.

Eugenio Di Giacomantonio