mercoledì 12 dicembre 2018

New Report | Dead Meadow: 11 novembre 2018 – Scumm, Pescara


Dead Meadow: 11 novembre 2018 – Scumm, Pescara


Fa tappa a Pescara il tour europeo dei Dead Meadow in una fredda e umida giornata di novembre. Il gruppo festeggia vent’anni di carriera da quando Jason Simon, Steve Kille e Mark Laughlin decisero di mettere insieme un trio heavy psych a Washington D.C. attirando immediatamente la curiosità di Joe Lalli con la sua Tolotta Records.

Da allora i nostri hanno pubblicato sette dischi in studio, compreso l’ultimo, bellissimo, The Nothing They Need, ed hanno girato letteralmente il mondo. Ora tocca a noi vederli in Abruzzo per seconda volta (dopo il live del 2008, dove presentavano Old Growth), un po’ stanchi ed affaticati, segno che per questo lunedì hanno fatto proprio uno sforzo a salire sul palco.

Inizia Mark Matos, alias Trans Van Santos, in solitaria, chitarra acustica, voce e riverberi desertici che ci portano tra dune e sole accecante. Tanto Devendra Banhart quanto Luke Roberts, il suo è un approccio in punta di piedi: tocchi gentili sulle corde e voce rilassata. Il suo secondo disco, TVS 2, è molto bello: c’è Jason Simon alla chitarra e le canzoni si aprono su arrangiamenti azzeccati. Ammette scherzosamente che sarebbe rimasto volentieri a riposare, ma non ci fa mancare niente; una mezz’ora dolce che è un buon prequel per i suoni acidi che ci aspettano.

Dead Meadow 11 novembre 2018 Scumm Pescara

Quando salgono i Dead Meadow sul palco, la musica cambia. Introdotti da un mantra di sitar e chitarra, aprono con la classica Greensky Greenlake che sale come un siero nel sistema linfatico dei presenti. Non hanno fretta di stupirci con effetti speciali. La loro è una miscela di Quicksilver Messenger Service, Cream, James Gang, Jimi Hendrix Experience che va mantecata a lungo. Anche la scenografia è ridotta all’osso con pochi effetti di luce e la macchina del fumo a far diventare le silhouette evanescenti. Tutto è in mano alla musica dei nostri e ai loro strumenti.

Jason è allo stesso tempo semplice ed articolato. La sua chitarra sputa riff acidi riverberati che si incagliano in assolo di wah-wah. Steve ha un Rickenbacker nero con amplificazione Ampeg: un velluto gommoso e ficcante che garantisce i limiti della trama. Sembra l’unico a non sentire la fatica di questi giorni: saltella e si emoziona sui pezzi come se fosse la prima volta. Il batterista rimane un po’ indietro. Sembra voler ripetere l’intenzione di Stephen McCarty (lo strepitoso drummer di Shivering King and Others e Feathers) senza riuscire pienamente nell’intento. È quasi in sottofondo, ma non possiamo biasimarlo dato che ha ricevuto un eredità pesante in senso di stile e diciamolo pure di coolness.

La scaletta pesca dai tutti gli album i pezzi più belli, sia quelli più hard dei primi tre dischi, sia quelli più delicati di Old Growth, come What Needs Must Be e Between Me and the Ground, che li avvicinano ad una psichedelia naturalistica di band come gli Arbouretum, unici veri eredi dei Dead Meadow. Sul finale arriva la sabbattiana Sleepy Silver Door, vero e proprio manifesto della band riconosciuto da tutti i presenti.

Un piccolo intermezzo in solitaria di chitarra e voce che ci ricorda che Jason Simon ha pubblicato in proprio due bellissimi album di folk psych (l’omonimo del 2010 e Familiar Haunts del 2016) e poi si torna insieme per la cover di Tomorrow Never Knows dei Beatles che in mano loro sembra ancora più calda e mantrica. Finisce tutto dopo un’oretta e mezza, ma non nelle nostre teste che riportano a casa echi e riverberi di una visione musicale fantastica e riuscita.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PRISMA CIRCUS – Mk. II / Promethea’s Armageddon




Prisma Circus – Mk. II / Promethea’s Armageddon


Bravi e creativi come i Radio Moscow, i Prisma Circus hanno dovuto affrontare qualche difficoltà per pubblicare il secondo album. Prima di tutto una nuova line-up che giustifica il marchio MK II (è rimasto in piedi controvento il solo Joaquin Escudero Arce, basso e voce) e di conseguenza il modo di scrivere e arrangiare la propria musica.

Ora, diciamolo pure, sembrano avvelenati: un pezzo come El Blues del Matusser è talmente furibondo ed infuocato che ricorda la lezione dei Pappo’s Blues, band argentina dei Settanta, del talentuoso chitarrista Norberto Napolitano, detto Pappo. E l’opener Promethea’s Armageddon conferma il sapore latino e la lezione di Napolitano di un’altra sua band di allora, gli Aeroblus, veloci e schizzati, primitivi Motorhead, in contemporanea con i progetti di Lemmy in quegli anni (siamo nel 1977).

Quando c’è sensibilità e classe, come già dimostrato nell’esordio Reminiscences, sembra tutto molto facile. La doppietta Fake Coral Snake e The Obsolete Man (non è una risposta a Eccentric Man dei Groundhogs, don’t worry!) sembra dirlo apertamente: ci divertiamo a rompervi il xxxx, giocando tra la tecnica dei Deep Purple, l’epica dei Rainbow e il furore bianco britannico che diede il via al NWOBHM nella prima metà dei Settanta. Complimenti.

El Guia de la Santa Compana fa il trittico con El Blues e la seguente Los Pasos de Coloso nella composizione delle liriche in lingua madre (quanto affascinante e riuscita risulta essere la lingua spagnola, nelle mani giuste? Band del Belpaese, provateci con la vostra lingua madre!) e fa terminare l’ascolto tra sapori desertici, rallentamenti, visioni in acido e colori deformi, alla maniera dei contemporanei (che fine hanno fatto?) El Festival de los Viajes, band argentina con alcuni membri dei Dragonauta. Sotto il Segno del Marchio Secondo le cose sembrano essere migliorate di gran lunga; un disco amabile ed incandescente per tutti quelli che cercano una musica eccitante.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | WYATT EART – Wyatt Earp




Wyatt Earp – Wyatt Earp


Classici come un sorso di vecchio bourbon, i Wyatt Earp, lo sceriffo cacciatore di bisonti e ladro di cavalli di inizio Novecento, mettono in scena un album senza tempo. Tastiere, riff Seventies e voce metal come un giovane Rob Halford o Ronnie James Dio; un songwriting che prende tanto dai Deep Purple e dai Grand Funk Railroad quanto dalle prime band NWOBHM; aggiungete un pizzico di cafonaggine tipica dell’hard fondato su ritornelli che si stampano subito nella memoria ed il gioco è fatto.

Matteo, il chitarrista, non disdegna l’impatto frontale delle twin guitars ed ha uno stile molto vicino al buon Dennis Stratton. Emerge l’influenza della Vergine di Ferro in pezzi epici e immortali come “With Hindsight” dove un riff stoner si incapsula dentro un’elegia di voce e tastiere che fa pensare ai Led Zeppelin ultimo periodo.

Per tornare ai giorni nostri sarebbe un piacere vederli dal vivo con band tipo Spiritual Beggars e Grand Magus con cui condividono l’idea di una musica elaborata e bollente. Spunta anche l’influenza dei Motörhead in un pezzo ultra speed come “Back from Afterworld” e chiude “Gran Torino”, che non ha niente a che fare con l’omonimo film di Clint Eastwood, dato che è una sorta di viaggio introspettivo che si interroga sul male e la morte.

L’etichetta Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa con band come i Wyatt Earp e le altre del rooster sta costruendo pian piano un sentimento nuevo di classicismo hard & heavy: giù il cappello.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | RINUNCI A SATANA? – Blerum Blerum




Rinunci a Satana? – Blerum Blerum


Rinunci a Satana? No, sembrano rispondere Damiano Casanova (Il Babau e i Maledetti Cretini) e Marco Mazzoldi (ex Fuzz Orchestra e Bron y Aur), le menti dietro al miglior moniker mai esistito in lingua italiana. “Blerum Blerum” è il loro secondo album, un concentrato di “Hard-Asperger-Rock” suonato con chitarre, batteria, ekoTiger e synth.

Damiano e Marco partono a razzo e finiscono incredibilmente a razzo, snocciolando nove perle strumentali, spassose fin dai titoli. Apre “Valhalla Rising”, bellissimo bignamino (con riferimento al film di Nicolas Winding Refn) su tutto quello che sono stati i Black Sabbath nell’ambito della musica heavy e il richiamo di Iommi viene seguito nella successiva “La veneranda fabbrica del Doomm”, che sul finale diventa una vera e propria “Paranoid” sfacciata e paracula (ma i due citano simpaticamente anche “War Pigs” per un secondo).

Seguono “Blerum” e “Blerum”, gemelle diverse: la prima è un blues come lo potrebbe suonare un ubriaco, la seconda un blues come lo potrebbe suonare Brant Bjork. “Salice Mago” è una ballata southern con abuso di wah-wah che la rende incredibile, la successiva “Niente di nuovo sul fronte occidentale” ribadisce il concetto che non è niente di nuovo l’amore smisurato verso il Sabba Nero, anche se viene virato verso sapori orientali (pensate in qualche misura agli Stinking Lizaveta).
“La serata del Gourmet” presenta delizie tutte italiane condite con ingredienti Osanna, The Trip e Metamorfosi, servite su un letto di popolare napoletana; “Chi sta scavando?” è un delirio con urla primordiali, ma non come John Lennon di “Mother” quanto come un bimbo che si incazza perché lo portate via dalle giostre.

Chiude “Dr. Tomas Ragtime Blues” che, come dice il titolo, è un congedo bifolco di un minuto e mezzo. Bravi Damiano e Marco: fantasia, classe e cazzimma. Sentiteli voi i piagnoni, io mi diverto con loro.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MOTHER NATURE - Double Dial




Mother Nature – Double Dial

I tarantini Mother Nature sono in giro dal 1993: hanno accumulato decine di concerti e moltissimi riscontri positivi. Dopo varie vicissitudini nel 2017 hanno ripubblicato il primo disco, Double Dial, dopo l’arresto delle attività del 2003.


In loro sentiamo il concentrato di tutto lo street rock di metà anni Ottanta con una velata di zucchero a velo souther rock. Aerosmith, D.A.D., The Black Crowes, The Cult, Tigertailz, Cinderella: hard provocatorio, sessualmente spinto e sfacciato, con alta carica di eccitabilità. I Mother Nature ambiscono a diventare una band FM e si percepisce dalla passione che mettono nel fare le cose per bene.

Pearl dimostra come anche la lezione garage dei primi Duemila arrivata da band come Hives e Turbonegro possa essere riportata nello stile glamy and sleazy del gruppo. Oggi come allora la vera matrice del groove è nel blues (sentite un pezzo come Everything Will Follow per capire come le dodici battute siano propedeutiche per tutto l’hard rock che sentiamo oggi) e oggi come allora non viene dimenticato il passaggio nei territori pomicioni con ballatone strappalacrime (Ask Yourself è tanto Faster Pussycat, quanto Soul Asylum).

Non si tralascia neanche il crossover dei primi Novanta (più Red Hot Chili Peppers che Jane’s Addiction ad onor del vero) in pezzi come Boy, We Gotta Handle This. I ragazzi suonano alla grande quello che gli piace ascoltare e che hanno assimilato nella loro lunga carriera; che male c’è se poi i pezzi puntano verso David Lee Roth o Mr. Big o i toxic twins? La musica serve a nutrire l’animo, anche con il divertimento.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 30 ottobre 2018

New Review | THE C. ZEK BAND – Set You Free




The C. Zek Band – Set You Free

The C. Zek Band è il progetto di Christian Zecchin, chitarrista lungocrinito dalla mente libera. In questa band, Christian ha voluto sintetizzare il suo concetto di musica ad incastro perfetto: soul, hard, blues e psichedelia al servizio della creatività.

Il risultato è Set You Free, un album di nove brani che scorre liscio come una tequila giù nel gargarozzo. Merito anche di Matteo, all’hammond, moderno Brian Auger o, per rimanere sul suolo italico, Sam Paglia. Proprio lui ingaggia con Christian una battaglia di riff che dona ai pezzi un appeal soulful proprio di gente che ama divertire e divertirsi. Segue e rimpolpa il concetto la brava Roberta che con il suo timbro caldo e malinconico, da perfetta erede delle signore in jazz, riesce a colorare il sound dolcemente (Kissed Love, una poesia in odore di ballata).

Quando prende in mano il microfono il chitarrista, il mood si inclina leggermente verso la grande tradizione del classic rock americano (Set You Free e la finale Drink with Me), anche se non manca il riuscito omaggio al rock inglese con una rallentata e bluesy Gimme Shelter dei Rolling Stone (l’influenza di Jagger/Richards spunta anche nell’originale It Doesn’t Work Like This).

Insomma, quando i musicisti sono dei grandi conoscitori dello strumento, il risultato non può non essere di alto livello. “Staccarsi dal senso del tempo, farsi trasportare dalla corrente, sentire che viviamo una dimensione ben precisa e che in qualche modo tutto volge verso un incastro perfetto… per me e per te”: ecco nelle parole di Christian cosa vi aspetta in Set You Free.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | WEED DEMON – Astrological Passages




Weed Demon – Astrological Passages

L’erba del Diavolo è pesante come un macigno. Dona visioni sulfuree, infernali e mortifere alla stregua di altri mangiatori d’erba e stregoni elettrici prima maniera. I Weed Demon vengono da Columbus, Ohio, ma non hanno nulla in comune con i New Bomb Turks, se non quella insidiosa vena nichilista da reduci dell’apocalisse.

Pubblicano per la Electric Valley Records di stanza a Cagliari e sono in quattro: Astrological Passages è il loro primo full length album e ci spiattella in faccia cinque pezzi senza fare prigionieri. La voce è una litania monocorde ultra-riverberata che dona alla musica uno spessore liturgico. Sigil of the Black Moon parla da sola: un lento sgretolarsi di rocce sotto riff catacombali, degni eredi della lezione di Mr. Iommi, così come i solos lo sono dell’acid psych più sludge ed estremo.

Tutto procede privo di spiragli di luce e si dipinge un quadro nero senza speranza e consolazione. Rimaniamo talmente schiacciati da tanta potenza che quando in Primordial Genocide si spengono i distorsori sembra di riuscire a respirare… Ma tutto si scioglie in un momento: arrivano i dodici minuti di Jettisoned (omaggio al sabba nero con un’armonica straziante) e buonanotte ai suonatori. Un album crudo, tagliato con l’accetta: delizia per i fan di sludge e doom, che avranno un altro disco dentro cui smarrirsi.

Eugenio Di Giacomantonio