venerdì 10 novembre 2017

New Reviw | RAINBOW BRIDGE - Dirty Sunday





Rainbow Bridge – Dirty Sunday

Un blues acido e distorto è quello dei Rainbow Bridge da Barletta. Attivi da più di dieci anni, i tre sono entrati in studio in una giornata autunnale del 2016 ed hanno inciso questi cinque pezzi tutto di un fiato, senza sovraincisioni, dando libero sfogo alla loro natura di jam band.
Sin dal moniker scelto ci troviamo di fronte a dei ragazzi infatuati dall’experience hendrixiana a cui hanno addizionato peyote e THC per snaturare quel diavolaccio del blues dentro bordelli del Rancho de la Luna. “Dirty Sunday” ha proprio la pacca di una nottata brava a bere whiskey dalle tette delle spogliarelliste, mentre “Maharishi Suite” è una prova dell’abilità chitarristica del bravo Giuseppe “Jimi Ray” Piazzolla che dell’illustre omonimo argentino non ha nulla se non l’eleganza esecutiva.
I pezzi sono tutti strumentali e hanno la vocazione a sciogliersi liberamente tra le trame più casuali ed accidentali, anche se c’è sempre un gancio dove trovarsi per non far deragliare la questione. “Hot Wheels” è altra piccola pepita dove si spinge di più verso la potenza del riff piuttosto che nella fantasia dell’improvvisazione, mentre la conclusiva “Rainbow Bridge” è giusto il manifesto della band: un riff handrixiano al 100% introduce una jam assatanata dove i solos di “Jimi Ray” tagliano la sfera del reale… Ottimo antipasto per prove più lunghe ed articolate questo primo lavoro. Ma c’è di che gioire.
Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MOJUBA - Astral Sand







Mojuba – Astral Sand

Un sano e robusto compendio hard stoner è “Astral Sand” dei Mojuba. Debitore di quel genere orfano dei Kyuss nato in prossimità dello sciogliersi dei maestri di Palm Springs, il sound della band ci riporta a quella ondata di gruppi che volevano ristabilire l’ortodossia: Lowrider, Orange Goblin, 7 Zuma 7, Celestial Season, Spiritual Beggars. Con qualcosa in più. Che siano gli intermezzi contaminati (“Adobe Santann” è puramente desert, così come “Sesa Woruban” è puramente space-ritual) o la costruzione di mini suite (“Drowning Slowly” è un viaggio di dieci minuti all’interno dell’universo Mojuba), i nostri danno prova di avere subito influenze in molte direzioni.
Lo stile di Francesco alla chitarra, per quanto Seventies, dimostra di aver apprezzato certo metal assassino degli Ottanta/Novanta. La voce di Pierpaolo è figlia legittima di un Ben Ward alcolizzato e Fabrizio e Alfonso (basso e batteria) dimostrano di non essere semplici gregari, ma giusti traghettatori del mood del pezzo. Prendiamo la title track: nata da un suono e un riff di chitarra proto metal, nel bel mezzo scivola verso una penombra doom lenta e malsana, per riemergere poco dopo in un solo arcigno ed ispirato alla Mike Amott.
Così come la chiosa di “La Morte Nera” è un urlo disperato in odore di grunge che per qualche ragione ricorda i pezzi acustici di album propriamente thrash (ricordate le gemme “Veil of Deception” e “A Room with a View” in “Act III” dei Death Angel?) come a far scoprire una profondità di emozioni anche nella musica più aggressiva (anche se poi il pezzo finisce nel magma cerimoniale dei Candlemass). Il gusto di stare dalla parte dei duri e puri: ecco “Astral Sand”.
Eugenio Di Giacomantonio

sabato 21 ottobre 2017

New Review | CACHEMIRA – Jungla




CACHEMIRA – Jungla

Un fuoco hard blues arde nei Cachemira, power trio di Barcellona. Visti dal vivo recentemente al Tube Cult Fest di Pescara, hanno dato prova di essere una band con un grande feeling al pari di fenomeni come Radio Moscow, Kadavar e i rimpianti Prisma Circus: pelle bianca e cuore nero, per intenderci.
Gaston Lainé, chitarra e voce, è un vero asso. Scaglia riff potentissimi a grattare la volta celeste a cui abbina solos acidi e ustionanti. Al pari, la sezione ritmica di Pol Ventura (basso) e Alejandro Carmona (batteria) segue, impenna e rallenta con classe purissima. Si sente che hanno tirato su questo progetto per lanciare qualcosa di bello nella palude stagnante della modern music e avvolgono l’ascoltatore come, appunto, cachemire.
I cinque brani che compongono il loro album di debutto, Jungla (pubblicato dalla nostrana Heavy Psych Sounds Records), sono cinque gioiellini. L’ouverture è una delicata introduzione in punta di piedi, con il buon gusto di non tirare le carte sul banco in una volta sola. Con Sail Away si entra nel pieno del mondo dei Cachemira: riff à la Deep Purple si incrociano con rallentamenti eternal blues, fino al punto di portare tutto a ritmo zero, nel cuore del pezzo. Dal vivo questa dilatazione potrebbe andare dritta dritta sul pianeta Hawkwind. Goddess è primigenio heavy blues woodstockiano con tanto di assolo di batteria nel finale: l’eterna e bellissima favola della donna angelicata. La title track è pura schizopatia instrumental Hendrix al ponte dell’arcobaleno! e la finale Overpopulation va a minacciare sul campo e a viso scoperto i Radio Moscow.
Che si debba ritornare alla musica di quarant’anni fa per farci provare ancora qualche genuina emozione? La risposta è in album felici come questo dei Cachemira.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | UFFE LORENZEN – Galmandsværk




Uffe Lorenzen – Galmandsværk


Già con l’omonimo disco del 2009 dei Baby Woodrose il buon Lorenzo ci ha fatto ascoltare un disco interamente concepito e suonato in prima persona. E con il progetto Spids Nøgenhat ha introdotto la sua lingua madre nell’universo psichedelico che lo accompagna da sempre. In altre parole, l’ultima sua uscita “Galmandsværk” consolida e fonde assieme queste due prerogative.
La novità semmai è rappresentata dal fatto che il disco è intitolato a suo nome (Uffe Lorenzen), quasi si voglia mettere una firma autografa ad una produzione che questa volta ci ha fotografato interiormente. L’immagine che ne esce fuori è quella di un fantastico hippie che viaggia nel tempo e si ritrova al fianco di George Harrison e John Lennon lungo l’argine del Rishikesh (“På Kanten af Verden”, “Blues for Havet”).
È tutto un fiorire di flauti, sitar, chitarre acustiche, tempi rilassati, joint fumanti e amore libero. Con una riflessione: tutto questo è una fuga dalla realtà verso un mondo incantato, desiderato e parallelo, definitivamente impossibile. Lorenzo lo fa consapevolmente, affidando il compito al mezzo escapista per eccellenza: la musica. Viene quasi da piangere sentendolo nelle splendide “Ny By” (una delle poche occasioni in cui sentiamo un piccolo fuzz, in sottofondo e – sorpresa! – lo xilofono) e “Flippertøs” (chitarra acustica, flauto, djembe e voce), vera perla di scrittura autoctona del nostro. Altre volte si incarna in un’incazzato Richie Havens (ricordiamo la sua versione di “Freedom” nell’album omonimo di qualche mese fa) in “Sang Om Merværdi” o indossa le vesti dello space crooner alla maniera di Nik Turner (“Høj Som et Højhus”), ma il mood centrale dell’album è quello intimista, con il tocco elegante di un grande scrittore di favole acide e romantiche per adulti (“Dansker”).
Cosa resterà nella memoria musicale di questo secondo decennio del secolo ventunesimo? Sicuramente non “Galmandsværk”. Piccolo classico di psichedelia destinata ai ricercatori di arche perdute.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PRE-COG IN THE BUNKER – Response to Reality




PRE-COG IN THE BUNKER – Response to Reality


Ha l’aspetto delle cose buone fatte in casa “Response to Reality” dei Pre-Cog in the Bunker. Vuoi perché Mirian e Antonello sono una coppia nella vita come nell’arte, vuoi perché i disegni del disco sono del fratello di Miriam, Alessandro, il nuovo album è un piccolo gioiellino famigliare.
Iniziamo dalla scelta delle cover: “Nobody’s Fault But Mine” dell’incommensurabile Blind Willie Johnson, un blues rauco e indolente che i Pre-Cog ci restituisco carico di un appeal shake’n roll. L’altra “Wayfaring Stranger”, gospel/folk tradizionale dell’America del Nord presenta la stessa presa di coscienza della povera condizione umana, ma con un piglio rabbioso che vuole riscossione e non certo consolazione.
Gli altri nove pezzi originali sono come sempre di una bellezza cristallina. Vengono tirati per la giacchetta i Velvet Underground (“On the Run”) e certo rock scanzonato dei Sixties (nell’iniziale e bellissima “What Is Real” e in “Solar Thrill”). Il balletto cosmico degli Hawkwind fa capolino in “Mistaken”, ma c’è anche la modernità (?) del nuovo rock n’ roll sporco e selvaggio perseguito da modern (?) band come la Blues Explosion, The Dirtbombs, The Kills e i dimenticati Thee Hypnotics (“Kraut-Droid”).
L’aspetto che emerge su tutto è la scrittura di Antonello: in direzione degli arrangiamenti la sintesi è d’obbligo e riuscita; in direzione della scrittura dei testi c’è più di esposizione personale che ce lo fa diventare ancora più caro. In questo senso la conclusiva “Silver”, donata a Miriam, è più che una dichiarazione di appartenenza. Un album bello e ispirato.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ANANDA NIDA "Anodnaius"



ANANDA MIDA – Anodnatius


Gustoso progetto trasversale questo degli Ananda Mida, pensato e realizzato da Max Ear (OJM) e Matteo Scolaro, con Filippo Leonardi (Pater Nembrot) alla voce. La band fa riferimento “a certe dimenticate tradizioni tra il Medio Oriente e il Centro Asia. L’album di esordio ‘Anodnatius’, polo positivo, (…) sarà seguito dal disco ‘Cathodnatius’, nel quale si tenterà di far riemergere tutte le forze negative e le relative sottili vibrazioni giacenti fuori e dentro ogni cosa”. Si intuisce quindi che siamo davanti alla versione chiara della band, un primo tempo di un film che si concluderà con la pubblicazione del prossimo album.
Dal punto di vista estetico, i riferimenti al Medio Oriente sono esclusivamente concettuali dato che ci troviamo davanti ad un esemplare blues rock del terzo millennio con la testa piena di meteore psichedeliche (“Kondur”, “Askokinn”). I pezzi sono scritti bene e contaminati al punto giusto. Si può partire da un ritmo serrato e finire dalle parti della dilatazione space/cosmica (“Lunia”). O traboccare di Seventies sound progressivo, come in “Anulios” e “Heropas”. Non si dimentica neanche la lezione dei Queens of the Stone Age e di tutto quello che hanno modificato con il loro robot rock circolare (“Passavas”, già edita come b-side del singolo “Aktavas”). Ma è sbagliato racchiudere dentro un solo contenitore ogni brano, dato che la scrittura è di per sé espansa. La musica italiana underground è sempre superlativa in quanto a bellezza e visionarietà. Speriamo che se ne accorgano pure oltralpe. Per dare la giusta visibilità a questi ragazzi che meritano appieno i festival europei di musica heavy psych.

Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 8 marzo 2017

New Review | COMACOZER "Astra Planeta"

Voto 8
01. Saurian Dream
02. The Mind That Feeds the Eye
03. Navigating the Mandjet
04. Illumination Cloud
05. Hypnotized by Apophis

Headspin Records
2016
Website

COMACOZER - "Astra Planeta"

Ai ragazzi dei Comacozer da Sydney, Australia, piace rinchiudersi dentro la loro sala prove, fumare una quantità innominabile di bong e jammare fino allo sfinimento. "Astra Planeta" è il loro primo album lungo e segue di tre anni la prima demo autoprodotta, intitolato didascalicamente "Sessions". Si sono accasati presso Headspin Records, che in tema di Blow Your Mind la sa lunga con cavalli di razza quali Elder, Eternal Elysium, Siena Root, Sula Bassana e Sun Dial, ma i nostri – Rick alla chitarra, Andrew alla batteria, Rich al basso – non sfigurano affatto con la loro raffinata espressione artistica.

Inserito il dischetto di cinque pezzi nel lettore, l'aria è invasa da una coltre distorta e macilenta di watt, eppure... eppure il tono sembra pacificato, ieratico, quasi yogico. Sarà merito del ritmo, lento, a tratti lentissimo, ma tanta distorsione produce più serenità che altro. Una somma completa e miracolosa di Los Natas, Liquid Sound Company e Øresund Space Collective. "The Mind That Feeds the Eye" è esemplare nello snocciolare effluvi wah-wah al servizio di una trama delicata. Nel solco è la seguente "Navigating the Mandjet", che osa in direzione oriente riportando a casa sapori speziati.

Le ultime e massicce "Illumination Cloud" e "Hypnotised by Aphophis" chiudono l'album con minutaggi importanti di otto e undici minuti. La prima pare uscita dritta dritta dalla mano di John Perez inside the acid temple, tanto è perfetta la sovrapposizione tra le due band nel modo di gonfiare un pezzo dai ricami iniziali all'esplosione di space effect all'acido lisergico. Una goduria pazzesca. L'ultima rimane un po' congelata nello spazio che si auto disegna, facendo risultare eccessivo il minutaggio dadicato, ma poco importa: "Astra Planeta" risulta essere un eccellente album di modern psych for acid hammerheads.



Eugenio Di Giacomantonio