giovedì 12 novembre 2020

New Review I UFFE LORENZEN – Magisk Realisme

 

Uffe Lorenzen – Magisk Realisme

Dare il massimo dei voti ad un outsider come Uffe Lorenzen potrebbe sembrare un’esagerazione, ma non è così.

Diciamocelo sin da subito: la mente dietro ai Baby Woodrose, il batterista degli On Trial, il polistrumentista ospitato in album meravigliosi come l’esordio dei Freeks ed il promotore di collettivi in lingua madre come Spids Nøgenhat è una delle figure più genuine ed ispirate nell’ambito dell’odierna scena stoner psichedelica.

Che poi, a ben vedere, di elementi prettamente “stoner”, nella sua musica, non ce ne sono, a meno di non andare ad indagare in vizi personali. In parte perché sotto questa etichetta ricadono band che hanno come unico scopo puntare la manopola dell’ampli su 10, un po’ perché il genere è un insieme sfumato che risponde pienamente al concetto di “fuzz set theory” (guarda caso, ecco presentarsi il termine fuzz!).

Ma tornando a noi, Magisk Realisme, che arriva dopo Galmandsværk (2017) e Triprapport (2019), è un album che segna un vertice nella composizione del nostro. Come sottolineato dal buon Lars Krogh, la mente dietro all’etichetta Bad Afro Records che pubblica tutti i suoi dischi, Magisk Realisme è “la summa di venticinque anni di musica” del suo autore.

Uffe Lorenzen e il Magisk Realisme

C’è dietro la melodia irresistibile dei Baby Woodrose in pezzi come Lad Det Gå, dolce e succosa come un frutto maturo, la focosità adolescenziale degli On Trial in I Mit Blod e Livet Skriger, che sembrano aspettare il controcanto di Bo Morthen, ma è straniante citare un pezzo o l’altro per definire il climax dell’album. Il platter va preso per intero, come un gesto unico, l’atto migliore dell’attore o, se volete, il gesto perfetto dell’atleta. Uffe non ha voluto sbagliare un colpo e c’è riuscito.

Può farci da cicerone nel parco di Tivoli, a Copenaghen, in un’atmosfera deserta e priva di divertimento come nel primo video del lotto, il già citato singolo Lad Det Gå, oppure possiamo seguirlo in una giornata spensierata nei vicoli della città danese mentre si fa una birra e incontra amici per caso, come nel secondo video, quello di Caminoen.

Ecco, questo pezzo merita una nota di commento perché veramente non avevamo sentito niente di simile uscire dalla sua penna. Su un tappeto American roots mid tempo scivola una deliziosa slide guitar che fa da controparte al riff bluesy e crunchy, crescendo e addolcendosi man mano che il pezzo si sviluppa: fantastico.

Altra novità è l’andamento balearico di Efterår, con tanto di trombe mariachi, ma, ripetiamo, non è il caso di fermarsi su un brano o l’altro: ogni pezzo è un tassello che supporta il successivo.

Lorenzo è un amico che ci ha fatto l’ennesimo, gradito, regalo. Dobbiamo essergli riconoscenti.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE INCREDULOUS EYES – Mad Journey

 

The Incredulous Eyes – Mad Journey

Parte da un presupposto molto articolato Mad Journey, il nuovo album del gruppo abruzzese The Incredulous Eyes. Un biologo molecolare di nome Ken, nel tentativo di trovare una cura per il cancro, si imbatte in visioni allucinate che lo porteranno a conoscere l’alieno Kaef. Suicidi collettivi, anime in pena e ricerca interiore ci accompagnano nel viaggio di questo strano concept album.

Musicalmente il quarto album della band (qui a bottega li seguiamo dai tempi di Here’s the Tempo e Red Shot) è nel solco della scrittura matura di Danilo Di Nicola, voce e chitarra, che compone in una combinazione riuscita prima intuizione “di pancia” e poi ripulisce e media attraverso le sintesi successive, sfinendo il prodotto finale. La sua Jaguar è sempre tagliente e riesce a costruirsi percorsi diagonali ed imprevedibili.

Si hanno accenti Sonic Youth in Kaef – dove l’extraterreste si presenta in prima persona – e si sente l’odore di Lee Ranaldo in Deeper Inside, che con i suoi saliscendi rappresenta il pezzo più riuscito del lotto.

Vision of Halet è un’eccezionale traccia space rock (primo pezzo in tale direzione, pare di ricordare) che lascia la briglia sciolta ai musicisti, così come la title track serra i ranghi dentro una schizofrenia post, vero marchio di fabbrica dei nostri.

La destrutturazione sembra disgregare in particelle finissime nei casi di Insane Holograms e Nobody Must Die (una deliziosa citazione di Frank Sinatra come intro!), che sembrano da un momento all’altro perdersi in un vapore sonoro impalpabile.

La fantasia ludica aliena dei Man or Astro-man? torna a farci visita in Dalik’s Aggression – Guilty e mirabile risulta il cantautorato moderno di So Long, June e dell’opener Cells.

Finale dolcissimo che ti abbraccia e ti avvolge con il dittico Goodbye My Friend (Dan Sartain è qui, inaspettatamente) e Brother John. Siamo umani, rimaniamo umani: siamo frangibili ed imperfetti.

Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 29 luglio 2020

New Review | BRANT BJORK - Brant Bjork




Brant Bjork – Brant Bjork


Ciò che stupisce nell’ascolto di questo nuovo album omonimo di Brant Bjork è la caratteristica dell’autore di essere alla ricerca della canzone perfetta. Arrivato in questo strano 2020 al tredicesimo lavoro solista (ad appena un anno da Jacoozzi), Brant cesella di fino: compone e ricompone i suoi riff, struttura i passaggi melodici e toglie il superfluo, sempre nell’ottica di un’evoluzione del proprio percorso musicale post Kyuss.

Non è importante che qualche passaggio, come nel caso di Mary (You’re Such a Lady), ricordi altri suoi vecchi pezzi: l’importante è tenere in vita la fiamma del Monkey Boy per eccellenza. Anche se nei suoi dischi troviamo nomi diversi e svariate band d’accompagnamento (Brant Bjork & The Operators,  Brant Bjork and The Low Desert Punk Band, Brant Bjork and The Bros), il risultato è sempre il prodotto genuino della sua ispirazione.

Come non amarlo quando riesce ad intitolare un pezzo Jesus Was a Bluesman? O la già menzionata Mary (You’re Such a Lady), esplicita dichiarazione d’amore verso la pianta che tutti noi conosciamo ed apprezziamo? Brant è così: prendere o lasciare. Qualcuno che ha diviso la sua esperienza musicale con pezzi da novanta come Josh Homme, John Garcia, Nick Olivieri, Scott Reeder, Eddie Glass, Scott Hill e moltissimi altri, riuscendo ad invecchiare bene e meglio di alcuni tra questi.

L’album è comunque bellissimo. Tra i passaggi sospesi di Duke of Dynamite, le incursioni funk di Stardust & Diamond Eyes, il blues di Shitkickin’ Now e il finale acustico di Been So Long, l’ex batterista di Kyuss e Fu Manchu riesce a tenerci per mano con sicurezza, portandoci tra i cactus del Rancho de la Luna (in questo caso con il boss della psichedelia ed ex Monster Magnet, John McBain) a rollare un joint (niente tabacco: guardate il bel documentario su di lui con il titolo in italiano Sabbia) come un caro amico, che ogni anno torna a trovarci.
Eugenio Di Giacomantonio

domenica 19 aprile 2020

New Review | THE ROOZALEPRES - The Roozalepres




The Roozalepres – The Roozalepres


Una mezz’oretta abbondante di high energy rock’n roll contiene questo disco omonimo dei Roozalepres da San Giovanni Valdarno. La Go Down Records ci ha abituati alla pubblicazione di band che esplorano l’universo stoner psych, così come quelle che esprimono un rock più diretto e selvaggio, vedi il recente Rock ‘N’ Roll Is Here to Stay della Lu Silver String Band.

Il singolo Come and Go esprime perfettamente gli intenti dei Roozalepres: velocità, sesso, depravazione e sudore. Siamo dalle parti di Apocalyptic Dudes dei Turbonegro che i nostri, immaginiamo, debbano aver amato parecchio. Ma siamo anche immersi nel sound degli Hellacopters, soprattutto nel rifframa di Decomposed Sam e Toty, che dimostrano di aver avuto molti buoni ascolti.

D’altra parte Valdarno è sempre stato un territorio d’elezione per il rock, basti ricordare, un esempio su tutti, i R’n’R Terrorists (che fine hanno fatto?) con il loro blues infetto. I pezzi di questo album non superano quasi mai i tre minuti tre e si rimane incantati nella perfezione estetica di Alien Televison Show che mescola punk, street rock anni Ottanta e garage primitivo.

Quest’ultimo emerge prepotente nella seguente Black Magic Killer, che tira per la giacchetta il cadavere di Rudi Protrudi (ma è ancora vivo?), mentre Riding Cosmos potrebbe piacere a quel pazzo di Nick Olivieri nella fase tossica Mondo Generator. Allo stesso modo, Tiger Fangs pare scritta per Hank von Hell.

Si presentano così i Roozalepres: “just another stupid and worthless punk rock band that nobody wants to listen”. Non dategli retta: mettete il disco nel lettore, stappatevi una birra e passate una buona mezz’oretta con del robusto rock ‘n roll.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MAYA MOUNTAINS - Era




Maya Mountains – Era


Era, quasi come il tempo che hanno impiegato i Maya Mountains per dar seguito a Hash and Pornography del 2008. L’assalto è bruto e degno dei primi High On Fire con cui condividono una visione sabbathiana oscurata, basta ascoltare l’uno/due iniziale formato da Enrique Dominguez e In the Shadow.

La chitarra di Emanuel è una schiacciasassi che produce metallo liquido dalle fucine dell’inferno. Quando si lancia in assoli spaziali (San Saguaro) percorrono visioni e ideali vicini ai Toner Low. Siamo in zona ultra heavy per intenderci, ma lontana dal doom tout court per via della colorazione melodica che i tre riescono a dare.

Il cantato allucinato richiama alla mente i Beaver, sempre dalle parti dei Paesi Bassi: una lezione di heavy psych fondata sull’originalità. Matt Pike ricompare a pieno titolo in Vibromatic, che chiude la facciata A del vinile.

Si riparte con la strumentale Raul, che mette in moto gli organi propulsori/oscillatori degli Hawkwind, padri tutelari di qualunque band che voglia fare di un riff una canzone di sette minuti lanciata nello spazio.

Da qui in poi assistiamo alla parte più variegata dell’album, dove ritmiche alla Queens of the Stone Age si incastrano in stacchi alla Sons of Otis (Baumgartner), dolcezze punk rock guilt alla Brant Bjork e finali che sembrano registrati al Rancho de la Luna dall’Orchestra del Desierto.

Una curiosità: Era è stato registrato nel 2014 ma vede la luce solo oggi, segno che il tempo (il loro primo EP autoprodotto risale al 2007) non è altro che una distorsione data dalla necessità di strutturare la realtà ad ogni costo e che il tempo, appunto, non è una prerogativa a cui amano sottostare i Maya Mountains.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ARBOURETUM - Let It All In




Arbouretum – Let It All In


Tornare a sentire la grazia degli Arboretum è un’esperienza unica.
Dave Heumann ha costruito e sviluppato il suo percorso artistico attraverso la sottrazione degli elementi: se i primi dischi degli Arbouretum nascono sotto la stella di una psichedelia rallentata, dal vago sapore stoner addizionato ad una scrittura fortemente originale, man mano gli elementi chimici sono precipitati in una soluzione che abbraccia la musica tout court.

Di segnali ne abbiamo avuti da tempo, basti pensare alla cover di Highwayman contenuta nel disco The Gathering del 2011 che vuole porre il focus sui gusti American roots del nostro, ma il vero risultato di tutte le ricerche condotte è proprio questo nuovo album, Let It All In, il cui titolo non poteva essere più azzeccato.

Fanno capolino l’elegia e la scrittura lirica come in A Prism in Reverse, pezzo rallentato e bucolico che ci restituisce in pieno l’originalità di cui sopra. Fa il paio con questa la successiva No Sanctuary Blues, in cui emerge chiaro sia l’affiatamento della band nel costruire arrangiamenti gustosi, sia il tocco chitarristico di Dave, veramente unico.

A proposito, nel mix dell’album la chitarra non è sparata a volumi improponibili accentrando l’ascolto solo sul suo suono, ma questo, bisogna essere onesti, è un processo già in atto, in maniera più sfumata, nel corso degli ultimi tre album, possiamo dire da Coming Out of the Fog in poi.

Arbouretum: mistica folk psych

Dopo l’interludio strumentale Night Theme, ecco un nuovo classico: Headwaters II. La gioia di vivere e la bellezza della musica esplodono senza filtri. Alcuni potranno sentirci un vago attaccamento al folk psych, altri alle esplorazioni degli ultimi Dead Meadow, ma se aprissimo la mente a nuove pulsioni e abbandonassimo i preconcetti, allora noteremo lo specifico del sound degli Arbouretum, in tutta la sua unicità e ricchezza.
Per gli amanti della dilatazione sonica, la perla è la title track: oltre dieci minuti di oscillation chitarristica che chiude il conto con band come Vibravoid, Baby Woodrose e le Desert Sessions dell’ultima ora, che ormai sembrano essere diventate il gingillo di un Josh Homme senza più ispirazione.

Il congedo è affidato a High Water Song, un brano che dopo lo sbalzo temporale della precedente ci riporta su prati fioriti e buoni sentimenti, con un sapore folk blues enfatizzato da un pianoforte protagonista.

La parola giusta per descrivere l’ascolto di Let It All In è mistica: mistico è il suono della band, mistico è il processo che mette in relazione loro e noi, mistico è il substrato che ci lascia nelle orecchie e nella pancia ogni loro disco.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE LU SILVER STRING BAND - Rock ‘n’ Roll Is Here to Stay




The Lu Silver String Band – Rock ‘n’ Roll Is Here to Stay


C’erano Thee Hairy Fairies e Small Jackets dietro a Lu Silver. Ora c’è la String Band, ma fondamentalmente le cose non sono cambiate: glam rock unto e zozzone come piace a noi. Lo stile americano è ben riconoscibile nel nostro: sembra una miscela di tutte quelle band di fine Settanta che hanno dato le basi su cui si è poggiato tutto il successo dell’Hollywood rock dei primi Ottanta.

It’s Difficult in realtà ci dice che è facilissimo fare del rock ‘n’ roll, basta avere una tazza di caffè, una sigaretta e l’attitudine giusta. Non si capisce bene perché ma Hard Road riporta alla mente i Cinderella di Long Cold Winter, forse a causa della voce di Luca o forse perché c’è la stessa modalità del trattamento in chiave blues. Come Miss Sugar tratta la famosa Brown Sugar degli Stones in chiave moderna: sfidiamo chiunque a non battere il piedino sul ritornello, il sudore da cold turkey di Mr. Richards dei Settanta è qui e adesso.

We Are Monkeys prosegue il tiro stonesiano mentre I Got You è una riuscita ballata semi acustica come ne abbiamo trovate negli anni in ogni album che ci ha fatto battere il cuore. No More Time è un bel boogie’n’roll dall’odore southern con una spruzzatina d’inglese Dogs D’Amour, così come Radio Star naviga in odore Guns ‘n Roses per carica, rhythm & solo guitars.

In a Broken Dream è l’altra ballata del lotto, questa volta più grezza e acida, meno disincantata, in una parola più epica (sentite il finale). Reputation tira in ballo l’eleganza e le movenze del dirigibile più famoso al mondo e la finale The Sky Turns Blue ci lascia a trastullarci nel fiume sereno degli Stones, tra accordi di chitarra acustici e spighe di grano in bocca.

Organizzate una festa, fatevi un goccio di whisky e mettete sul piatto Rock ‘n’ Roll Is Here to Stay: le pischelle si scioglieranno arranchiate dentro il vostro chiodo.

Eugenio Di Giacomantonio