martedì 30 aprile 2019

New Review | THE WORST HORSE – The Illusionist




The Worst Horse – The Illusionist


Una potenza hard stoner si sprigiona dalle casse appena mettiamo su The Illusionist, il nuovo lavoro dei The Worst Horse, band milanese edita dalla Karma Conspiracy di Benevento.

David Podestá alla voce è il vero mattatore della scena: come un Gassman prestato alla musica, David è un fantasista che poggia su basi atletiche. Riesce a dare espressione viscerale a tutte le composizioni imbastite da Omar e Francesco che non sono da meno in merito ad originalità e brillantezza.

Il concept di questa opera prima (appena prossima al primo EP omonimo del 2015) è mutuato dall’immaginario fumettistico bonelliano, come rivela la suggestiva copertina di Alessandro Iannizzotto, ma la musica è figlia della meglio gioventù americana. Un bel mix bastardo tra Clutch, Fu Manchu, Fireball Ministry, Wo Fat è il cocktail servito a caldo.

Emerge anche una lettura non compiacente di certi amori adolescenziali metallici (impossibile non pensare che il nostro David non abbia amato una band come i Metallica, o meglio, James Hetfield), ma il risultato è filtrato attraverso la New Wave of American Stoner Rock degli anni Duemila, che immaginiamo sia il vero fulcro su cui si posa la scrittura di Omar.

C’è una buona quantità di riff che tengono insieme tutta l’impalcatura dei pezzi, altre volte il mood si fa più rilassato (XIII, Circles e Blind Halley) ed esce fuori un’idea di canzone espansa, non compressa nell’ortodossia stoner, anche se ovviamente sempre di heavy psych si sta parlando.

Il sapore in bocca che ci rimane alla fine del disco è quello di una band grassa e fumante: come certe portate della tradizione culinaria italiana che piacciono tanto agli stranieri.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ELEPHARMERS – Lords of Galaxia




Elepharmers – Lords of Galaxia


Il nuovo lavoro dei sardi Elepharmers, terzo capitolo di un’avventura iniziata con “Weird Tales From the Third Planet” e proseguita con “Erebus”, si presenta con una copertina videogames meet Star Wars, con tanto di lord cieco che tiene in mano le sorti del nostro povero pianeta. Nonostante queste premesse, il focus del disco è tutto incentrato attorno ad Isaac Asimov e alla tesi degli ancient astronauts di Zecharia Sitchin. Le sei lunghe composizioni che formano l’album dimostrano che la band ci sa davvero fare.

Prendiamo l’intro di “Ancient Atronauts”: prima che le chitarre entrino a fare il loro dovere viaggiamo in uno space rock distopico che ci nasconde la natura sanguigna che li anima. Natura che emerge molto distintamente in “Ziqqurat” tramite un riff assassino che rimanda alla migliore tradizione heavy stoner.

“The Flood” prende dagli Hawkwind più mistici e rimanda alle desert band lente e sballate di Palm Springs, così come la successiva “Fondation” riesce a mischiare le carte con un mood tra Thurston Moore e Brant Bjork.

Ecco, al quarto pezzo la visione si fa più chiara: mescolare il Seventies guitar sound con forti addizioni di esperienze musicali molto lontane. “The Mule” profuma di Fu Manchu, hardcore e Black Sabbath (insieme, of course) e la finale “Stars Like Dust” ha qualcosa di eminentemente doom anche se di rallentamenti non se ne vede traccia. Sarà che dopo gli Electric Wizard ci siamo abituati al doom cosmico e psichedelico che non si crogiola sempre sullo stesso riff.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | UFFE LORENZEN – Triprapport




Uffe Lorenzen – Triprapport


Se tre prove fanno un indizio, manca poco per pensare che Uffe Lorenzen, meglio noto come Lorenzo dei Baby Woodrose, abbia mollato la sua band per dedicarsi interamente alla sua creatura solista. Ma al momento fermiamoci alla seconda prova, ovvero questo “Triprapport” che tradotto dal danese significa qualcosa come a proposito del rapporto, titolo che sembra preso direttamente dalla filmografia di Woody Allen.

A giudicare dall’iniziale “Psyconauten”, dolce e sensuale ninna nanna astro psichedelica con organo, chitarra acustica e space effects, sembra che il nostro sia voluto scendere in profondità nell’analisi dei rapporti umani. Quasi che sia tanta la necessità di mostrare l’incanto di fronte a quello che vede e sente da mostrarlo sublimato in piccoli gioielli musicali. La title track, ad esempio, è proprio un inno di gioia – sitar furbetto a braccetto con bongo e quattro accordi da paura – che, seppur non riusciamo a capire tutti i significati delle parole, ci arriva sano e robusto.

Come sano e robusto è l’aroma di spezie orientali misti ad effluvi del Gange di “Floden” (appunto fiume) che fa il paio con “Triprapport” in senso di Sixties joy blows your mind. Questa la parte chiara della faccenda, il senso di libertà e lasciarsi andare al bello della vita.
Tutto ciò fa il paio la parte scura rappresentata dal trittico “Angakkoq”, “Lille Fugl” e “Aldrig Mere Ned”, questo un madrigale marziale quasi monocorde come un richiamo tribale e vichingo verso i propositi di non rimanere schiacciato di fronte alle condizioni sfavorevoli dell’esistenza.
Si chiude con la cover di “Hallo Hallo Froken” di Hans Vinding, cantautore danese morto poco più che cinquantenne, un brano che nelle mani di Lorenzo diventa il solito prato fiorito, profumato ed avvolgente.

Dopo “Galmandsværk” del 2017, Uffe Lorenzen si ripete: realizza ogni volta album deliziosi in cui la buona scrittura è unita ad una genuina mappa emotiva assai coinvolgente. In fondo, si può chiedere di più ad un artista?

Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 27 marzo 2019

New Review | SABBIA – Kalijombre




Sabbia – Kalijombre


Un mood ombroso e lunatico quello che introduce “Kalijombre”, secondo lavoro dei biellesi Sabbia. La band si è chiusa nello Studio 2 di Padova nel gennaio scorso con la voglia di giocare e sperimentare: il frutto di quelle lunghe jam è ora catturato su disco da Cristopher Bacco e pubblicato dalla Kono Dischi nel giugno dello stesso anno.

Conoscono bene l’acqua in cui si stanno bagnando i nostri cinque cosmonauti: dal rivolo degli Hawkwind (non azzarderemmo tanto se dicessimo che sono tra le maggiori influenze di Giacomo Petrocchi, qui al sassofono) si passa per affluenti come Mother Unit (seconda e più elaborata incarnazione dei 35007) per approdare nella grande foce odierna in compagnia di Squadra Omega, Causa Sui e Papir.

Un viaggio lungo cinquanta anni, a vederlo nell’insieme. Ma non è solo un gioco di discendenze, i nostri ci mettono anche una visione cinematografica della cosa: prendiamo “Manichini” che mischia jazz rock e Goblin tanto da farci visualizzare lame decollanti e inseguimenti a morte. Fa da contro altare la successiva “Il Barone Von Dazza” elegante e composta, come un tè alle cinque.

Vanno nello stesso campo da gioco dei Caibro 35 con “Elefanti (in via Lamarmora)”, anche se gli rimane addosso una componente più sanguigna e meno filologica rispetto alla band milanese: l’allungo space rock del finale, lascia al palo la music library per affondare il colpo nella materia propriamente rock.

“118” sembra un indagine su di un colpevole al di sopra di ogni sospetto alla maniera dei Morphine (trench nero e ulcera allo stomaco) e la conclusiva “A spada tratta” è come indica il nome: epica, cavalleresca e combattiva, ma fino a quando non scatenano synth e sax sembra di sentire le chitarre dei Sonic Youth.

Molte volte, senza dire una parola, si raggiungono espressioni talmente significanti che vale la pena starsi zitti e fare andare la musica sciolta, dove vuole.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | TEVERTS & EL ROJO – Southern Crossroads




Teverts | El Rojo – Southern Crossroads


Bella idea questa della Karma Conspiracy Records di Benevento di presentare due band in un unico split, un brano a testa. L’operazione rivendica una socialità del rock che “sta diventando sempre più qualcosa di individuale, da vivere da soli o addirittura in band virtuali”.

Il primo pezzo tocca ai Teverts, noti per aver pubblicato tre album: “De-Tuned” del 2007, “Thin Line Between Love & Hate” del 2012 e l’ultimo “Towards the Red Skies” del 2016. La loro “Road to Awakeness” è un bel pezzo lungo oltre sette minuti e parte con una sinuosità simile a certe cose acid psych di Causa Sui, Vibravoid e Sula Bassana, arpeggi desertici riverberati e suoni come stelle comete. Ma è solo un mood: l’altro è un roccioso riff-e-rama con voce ululante e belluina, che interviene per contrasto come certi giocatori a gamba tesa degli ottanta.

Il pezzo degli El Rojo, da Morano Calabro, è una cosa lercia scaldata al sole messicano. Scordiamo la feroce ma dignitosa rozzezza dei Los Natas, qui siamo più vicini a dei Telekrimen rallentati e sborni. Non si sa esattamente perché ma hanno qualcosa di fortemente sudamericano: qualcosa che parte dagli Aeroblus, Color Humano e Almendra e arriva fino a noi. Forse la voglia di farcela, che caratterizza entrambe le band di questo split.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MONGOOSE & JAHBULONG – Split Series #1




Mongoose | Jahbulong – Split Series #1


Gustoso split in casa Go Down Records elargito da Mongoose e Jahbulong, entrambe formazioni veronesi, entrambe power trio, entrambe band spacca sassi.

I Mongoose risolvono in cinque pezzi una sintesi space psichedelica di matrice Sons of Otis al peperoncino. Hanno dalla loro una capacità di far fare headbanging anche al banchiere appena ritornato a casa (“The Fall”) e nutrono una certa disciplina in fase di composizione dei testi (“Knowledge Is Not the Solution”). Molto affascinante il fatto che questo sound possente derivi anche da Serena Zocca, dietro le pelli, impeccabile e potente al tempo stesso. Offrono anche il fianco a certe sirene alternative in “Final Exodus” che alleggeriscono l’heavy rock, colando in contesti melodici più leggeri.

Gli Jahbulong, come è dolce affogare nelle paludi della Louisiana, sono degli incazzatissimi Earthride temperati da una voce chiara di Pierpaolo “Paul Vinegar” Modena. I tre pezzi offerti all’altare sabbathico sono potenti e orrorifici: sentite l’assolo acido sul finale di “Black Horses Run”, vi si rizzeranno i peli dal terrore. Sembra che qualcosa di brutto debba accadere da un momento all’altro, qualcosa striscia nel buio, con flash gialli accecanti (“Green Walls”) e poi qualcosa accade davvero (“River of Fall”): siete caduti nelle spire di un fiume nero come la pece.

La tradizione occult rock di matrice italiana ha mantenuto vive le sue discendenze.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | VIRTUAL TIME – Animal Regression




Virtual Time – Animal Regression


Una sana e robusta fascinazione per la band di Page & Plant questa dei Virtual Time di Bassano del Grappa, giunti al quarto disco e attivi dal 2013. È così genuino l’amore per i Led Zeppelin che Alessandro, Luca, Marco e Filippo non sembrano meri epigoni della band inglese, ma dei portatori sani del virus hard Seventies che gli scorre sottopelle.

Dopo l’uno due iniziale che pesca nel mare fruttuoso del dirigibile (o sarebbe meglio dire Willie Dixon?) i nostri ci piazzano un funk rock di “The Adventures of Funky Boy” che piglia da Lenny Kravitz e molla a Red Hot Chili Peppers ed è solo il primo spiraglio di frantumazione dello specchio, seguito poi da “Heaven is Asking” che cita nello stile chitarristico un altro Pepper, il più tormentato, John Frusciante.

Ovvio che quando spande la voce Filippo, non ce n’è per nessuno (“Rush of Air”, inserimenti acustici e physical) ma il gusto fa la differenza e la band si diverte e fa divertire, come in “Animal Regression” che pizzica altri sapori, stile Stone Temple Pilots. Chiudono “I See the Moonlight” vero excursus nella mente di Jimmy Page e “Fly Away” che rincalza funkytudine e movimenti di chiappe.

Eugenio Di Giacomantonio