lunedì 21 maggio 2018

New Review | HEY SATAN – Hey Satan




Hey Satan – Hey Satan

Hey Satan! Con un nome così ci si aspetterebbe un gruppo che sodomizzasse i Venom a suon di Crade of Filth. In realtà ci troviamo di fronte ad un tipico power trio hard stoner come lo potevano essere gli Orange Goblin.
Provenienti da Losanna, Svizzera, François, Laurent e Frank dopo varie band (Shovel e Houston Swing Engine) e un’amicizia di lunga data, hanno stretto il sodalizio sotto il moniker Hey Satan. Il loro omonimo debut album potrebbe piacere a chi ha una visione del rock underground a trecentosessanta gradi: Legal Aspect of Love strizza l’occhio a certo alternative metal rimasticato secondo canoni hard rock, così come certe intuizioni alla chitarra rendono omaggio a Tom Morello e alla suo stile schizzato e originale.
La voce François punta all’energia ed al coinvolgimento come fa Neil Fallon con i suoi Clutch, anche se si riconosce un abbeveramento alla fonte Chris Cornell (1991 d’altra parte ha un titolo inequivocabile). I due singoli già editi presenti nell’album confermano le impressioni generali, condensandole: Fallon City Messiah in apertura è Audioslave al 100% e In Cold Blood potrebbe piacere ai fan dei P.O.D. per l’intensità emotiva e i tipici stacchi sulla voce.
Chi è in cerca di riff prettamente stoner è soddisfatto in Red Light Women, under the sign of Unida mark, e nella conclusiva This Meat Stinks, Honey!, una strumentale con un bel fraseggio Seventies. Ecco fatto. Il pranzo è servito.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | GLI INSETTI NELL'AMBRA – L’Aleph




Gli insetti nell’ambra – L’Aleph

Si definiscono devoti al kraut rock e al garage il duo Gli insetti nell’ambra. In realtà assomigliano a quella genia di cantautori rock degli anni 70 (Eugenio Finardi in testa) che versavano sulla linea cantautoriale, chitarre elettriche, sperimentazione, curiosità.
Ventisette minuti in una deliziosa cassettina rosa per sette pezzi in tutto (in verità sei, più una chiusura semidronica): Lapo ‘Ludwig van Baloney’ Boschi (voce, chitarra basso, chitarra ritmica, campionamenti, modulatore ad anello) e Chris ‘Bronkos’ Bettoli (chitarra selvaggia) hanno così dato seguito al debutto Controllo del 2016.
È una questione privata, come si diceva anni fa, tanto che i testi (:riflessi è basato sulla poesia omonima di Aldo Palazzeschi, Aleph sul racconto di Jorge Luis Borges) seguono una linea autobiografica che pedina il quotidiano dei nostri da vicino (Foto) e per qualche verso ricordano le cose fatte in casa dalla Riotmaker, in una dimensione propriamente rock (al limite della New Wave a cavallo tra Settanta e Ottanta sono certe scelte estetiche nelle linee di basso, come in :riflessi).
Disagio giovanile dissimulato nei testi e spleen and ideal corroso nel sound: pubblica la francese Skank Bloc Records che ci ha abituato a cose strane e fantasiose. Qualcosa da guardare dal futuro per inquadrarlo meglio (forse).

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | VVLVVA – Path of Virtue






Vvlva – Path of Virtue

Una volta c’erano gli Orkus Chylde, ora non ci sono più. Abbiamo la loro continuazione sotto altro nome, Vvlva, ma il concetto di base rimane pressoché lo stesso: psychedelic ‘60s rock con venature hard à la Deep Purple. Non hanno paura di toccare i giganti della musica classica, iniziando con una citazione in Black Sands, ma è solo un benvenuto dato che poi il pezzo si sviluppa in maniera egregia in direzione Black Widow come non sentivamo da tempo, con fuzz guitar, cori gotici e tasti d’avorio a festeggiare (per l’occasione si ha l’ospitata di René Hofman alle backing vocals, che tornerà poi nella conclusiva, rilassata Second Voice).
Motel Floor è un baccanale orgiastico su tappeti erbosi Leaf Hound, mentre la successiva Cause and Effect sembra una perla Jefferson Airplane male version con Brain Auger ai tasti, strafatto di acido. Da prendere con le pinze questi riferimenti, dato che i nostri hanno tanto controllo della situazione da far volgere a proprio favore e in maniera del tutto personale il risultato musicale.
L’orgia chitarra/tastiera non smette in Dieb der Seelen che per qualche motivo ricorda la sboccatezza glam dei Kiss modellato nella blues battle dei Cream di Wheels of Fire e in Cryptic Faith vengono tirati per la giacchetta i padri fondatori, il monolite, i fab four oscuri: Black Sabbath. La vedova nera riappare in Adam’s Owe che si collega direttamente all’opener Black Sands; la titletrack è un richiamo agli Steppenwolf come la potrebbero suonare i Purson e poi c’è la meraviglia di Second Voice.
Riabbiamo René Hofman (sua è anche la registrazione e il mixer dell’album) alle backing vocals più Wolfgang Haselberger alla chitarra slide che proiettano il classicismo hard della band in direzione roots rock: Neil Young e Eagles a bersi un goccio insieme in riva al fiume (più classe hanno i Dead Man scandinavi sullo stesso tema, ma si può sintetizzare che facciano la stessa, meravigliosa cosa). Finito l’ascolto rimane in bocca un sapore dolce di qualcosa che siamo soliti masticare ma di cui non abbiamo fatto ancora indigestione: volete unirvi al banchetto degli straccioni? Io, ancora una volta, sì.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 13 marzo 2018

New Review | BLACKBIRD HILL - Midday Moonlight



Blackbird Hill – Midday Moonlight


Un suono grass blues è quello che esce dalle casse una volta inserito Midday Moonlight, il dischetto d’esordio dei Blackbird Hill. Duo francese di Bordeaux, Alexis Dartiguelongue (chitarra, voce) e Maxime Conan (batteria, voce) ricordano i nostri There Will Be Blood ma con un appeal più commerciale.
Una ballad come Horseback Sight non sfigurerebbe certo in un film di Tarantino, così come Midday Moonlight potrebbe essere giusta consolazione per gli orfani dei White Stripes e 16 Horsepower. I restanti quattro pezzi sono sulle coordinate delle dodici battute che dopo i Black Keys hanno convinto più di un produttore ad investirci i soldi e più di un ragazzino ad imparare a suonare la chitarra.
Va da sé che Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Willie Dixon e tutti gli altri artisti della Chess Records erano altra cosa, a cominciare dalla ribellione/rivoluzione che rappresentavano. Ma questa è, come si suol dire, un’altra storia.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 13 febbraio 2018

New Review | LORDS OF ALTAMONT – The Wild Sounds of Lords of Altamont






Lords of Altamont – The Wild Sounds of Lords of Altamont


Jake Cavaliere è l’immagine del rock’n’roll. Dopo Lemmy, ovviamente. Dai Fuzztones, ai magnifici Bomboras, ai Lords of Altamont (black humor, Jake?) insegue un’idea, un modo di vivere, una fede.
Cosa ha di diverso questo The Wild Sounds of Lords of Altamont dagli altri album pubblicati dalla band? Proprio niente. E questo è il bello. Perché sono tutti perfetti nel misurare la classe dei nostri in canzoni quasi sempre al di sotto dei tre minuti. Ecco. Forse in quest’ultimo c’è un’urgenza (Been Broken) espressa con più urgenza (il tempo passa, vero vecchio Jake?) e i pezzi hanno subito, per quanto possibile, ulteriori perfezionamenti.
Chi volesse entrare nel loro mondo incontrerebbe sing a long in salsa southern come Take a Walk, erotismo deviato alla Turbonegro in Going Downtown, Death On the Highway e la cover di Evil, classico di Willie Dixon portato al successo da Howlin’ Wolf e già rifatto dai Monster Magnet di Superjudge.
Per gli amanti della psichedelia c’è da godere in odore di space rock motorick con Revolution (altre band come 500 Ft. of Pipe hanno prodotto lo stesso magico suono) e per i Nuggets addict ci sono perle come la tripletta Fever Six, I Say Hey e Can’t Lose.
Si finisce come in chiesa con Where Did You Sleep che sembra la perfetta unione tra Motorhead e Girlschool con l’aggiunta dell’Hammond. Questo è quanto. Jake insegue una fede. E noi con lui.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | RUDHEN – Di(o)scuro






Rudhen – Di(o)scuro

Tirano in ballo il mito di Castore e Polluce (eroi gemelli concepiti nella stessa sera da Leda, prima con Zeus – dall’unione Polluce l’immortale – dopo con Tindaro – il mortale Castore) i trevigiani Rudhen. Con Di(o)scuro i quattro si ripropongono dopo due EP, il primo omonimo e Imago Octopus del 2016.
Nome omen, il gruppo è rude e arcigno come ce lo ricordavamo. Macinano riff robusti e schiacciasassi all’insegna del buon vecchio stoner rock. La voce di Alessandro è tesa alla ricerca dell’ululato del coyote John Garcia e il resto della band lo sostiene egregiamente con un sound robusto e carico.
Nonostante tutto, il risultato sembra epico, fragile e disperato allo stesso tempo (prendere Fragile Moon ad esempio), segno che in un genere definito come lo stoner possono coesistere altri linguaggi.
Devono essere innamorati della storia, dato che citano la presa della Bastiglia nel pezzo 14/07/1789 (dove nel finale una spiazzante marcia di pianoforte, archi e tamburi offre una buona occasione per ribadire che libertà, uguaglianza e fraternità devono essere i segni distintivi della condizione umana) e Carthago delenda est, anche se poi un titolo come My Girls Are Like Hallucinogenic Frogs merita da solo il prezzo del biglietto.
Amanti di Roachpowder, Acrimony, Iron Monkey, Karma to Burn, qui c’è un disco che fa per voi.

Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 29 gennaio 2018

New Review | WEDGE – Killing Tongue






Wedge – Killing Tongue

Il suono dei Wedge, di stanza a Berlino, si è fatto ancora più quadrato che nell’album d’esordio. Alla maniera dei vecchi Gorilla (ora Admiral Sir Cloudesley Shovell) hanno ispessito la componente Sixties per risultare high energy fuzz’n’roll. Un brano come Lucid richiama quelle band che nei tardi Sessanta si aprivano ad influenze più hard, come Pink Fairies, Sir Lord Baltimore e Leaf Hound. Mentre Tired Eyes non ha paura di sporcarsi con il deserto e portarlo di fronte a Steppenwolf, Eagles e Doors.
Insomma, Kiryk, Holger e David hanno una quantità di influenze e di ascolti così varia nel loro background che non hanno la minima paura di mischiare le carte in tavola come più preferiscono. E proseguendo nell’ascolto incontriamo di tutto: Santana ci saluta calorosamente da Quarter to Dawn; gli Atomic Rooster scapocciano nella title track; Ozzy e il sabba nero ritualizzano Who I Am (titolo quantomeno esplicativo!); Angus ci elettrizza nella finale Push Air.
Con la benedizione di casa Heavy Psych Sound Records, questo Killing Tongue si dimostra un jukebox attivo su cosa è stata e cosa è la musica hard e psichedelica. O altrimenti una moderna Nuggets con una band sola. Per chi vuole una summa di anthem nell’anno 2018. La classe per pensare una cosa del genere c’è e viene dimostrata.
Wedge Killing Tongue
Wedge

Eugenio Di Giacomantonio