lunedì 8 luglio 2019

New Review | SANGUE – Sangue




Sangue – Sangue


I Sangue sono un terzetto di Bari che suona all’inferno. Il loro omonimo album d’esordio è appena uscito per Fuzzy Cracklins e con cinque pezzi hanno divelto il sottobosco sabbathiano del bel paese.

Si autodefinisco raw doom e la definizione non poteva essere più azzeccata: prendete la dose grezza dell’heavy psichedelia (The Heads per dare delle coordinate cartesiane – anche se agli immensi Stooges dobbiamo riconoscere la progenie di ogni album raw) e colatela nel crogiolo per metalli pesanti. Otterrete qualcosa che sta in bilico tra Electric Wizard, Sons of Otis, Warhorse, Saint Vitus, The Obsessed e compagnia bruta.

L’ingresso nelle Malebolge è con Mharles Canson (gioco di parole sul vecchio zio Charles) dove una voce recitata predice sventure e tormenti a cui saremo sottoposti. Monday’s Song sembra proseguire il riff in apertura, anche se ci sono belle sorprese come il cantato che punta su potenza e definizione in tinte dark, che fa aggiungere alla componente sabbathiana una profondità nera alla Killing Joke.

Proseguendo l’ascolto ci troviamo in Abissine, non quella bramata dai pelato di inizio secolo scorso, ma in compagnia dello stregone elettrico carico di hashish e oppio. Psych rock ed umori neri a braccetto, così si presenta Hellyou dove un lavoro egregio di chitarra solista squarcia il velo del rito funebre con sapori acidi.

Ma non tutto è zolfo: se ascoltiamo a mente aperta l’ultimo pezzo, In the Cave, potremmo autotrasportarci ai primi Ottanta, all’uscita dell’album Love, quando la voce dark ed evocativa di Antonio, libera dal sostrato distorto delle chitarre, riesce a far inclinare il genere stoner verso la new wave hard dei Cult. Non è cosa da poco, se portiamo alla memoria che uno dei riferimenti vocali di John Garcia era proprio Ian Astbury.

Eugenio Di Giacomantonio

New review | VIRTUAL TIME – /A·gò·gi·ca/




Virtual Time – /A·gò·gi·ca/


I Virtual Time sono una classic hard rock band che arriva da Bassano del Grappa, nata per volontà di Alessandro Meneghini e Luca Gazzola nel 2012. Se avevano convinto agli esordi per una sana e robusta fascinazione per la band di Page & Plant, l’impianto zeppeliniano che aveva caratterizzato il precedente Animal Regression, loro ultima fatica uscita nel 2018 sempre via Go Down Records, pare essere letteralmente svanito.

Il terzo capitolo della pentalogia proposta dai Virtual Time, intitolato /A·gò·gi·ca/ (ovvero l’impulso dal quale scaturisce il ritmo musicale), si perde nella miriade di contaminazioni ed ascolti che i ragazzi hanno fatto nel tempo. A volo di uccello si passa dal roots rock americano di Nowhere Land alla Creedence Clearwater Revival e Crosby, Still, Nash & Young, al moderno indie di Falling Away, alla citazione pinkfloydiana di Subtle Echoes.

Moonshadows prende per mano gli stessi Floyd e li mescola alla contemporaneità dei Radiohead, risultando il pezzo più sentito ed accorato; Close to Reality è invece un interludio ambient straniante che introduce She, quasi degli Air in chiave rock.

A Night in Paradise chiama in causa il Dirigibile, ma anche il ricordo appare con i contorni sfumati. La conclusiva Distant Shores ha infine il pathos di alcuni pezzi degli U2 di The Joshua Tree.

Dovremmo aspettare la conclusione del progetto per capire cosa hanno in mente Alessandro, Luca, Marco e Filippo. Per ora, l’esito di questo volume lascia un po’ d’amaro in bocca.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | GLINCOLTI – Terzo occhio / Ad occhi aperti




Glincolti – Terzo occhio / Ad occhi aperti


Avevamo lasciato Glincolti all’esordio omonimo del 2012 e tanto tempo è passato da farci pensare ad un abbandono delle scene.

A sorpresa, la Go Down Records pubblica questo oggetto curioso: quattro tracce live nel Lato A che prendono il nome di Terzo occhio e tre pezzi nel Lato B, chiamato Ad occhi aperti. Curioso in quanto non avevamo mai assistito ad uno split album con una band sola (!) ma tant’è: una volta messo il vinile sopra il piatto, intuiamo il perché di questa scelta editoriale.

I pezzi live suonano liberi ed anarchici. Una jam acida registrata nella suggestiva location del Labirinto del Masone di Parma durante la serata del 3 agosto del 2017. Spunti hard, frizzanti incursioni jazz, rallentamenti a sorpresa nelle trame semi prog (Il medico) ci fanno assistere ad una formazione concentrata sui propri strumenti, intenta a creare musica cosmica immortale. La Marea che ci culla nel finale ci fa rimpiangere di non essere stati lì quella sera a vedere la magia strumentale compiersi. Peccato.

I restanti inediti che vanno sotto il nome di Ad occhi aperti non cambiano di molto il registro espressivo dei cinque, ma si avverte la mediazione del pensiero logico in fase di composizione.
La prima sorpresa è la voce di Sara (vocalist della band doom dei Messa) che dona a Triporno un appeal soul di lampante bellezza. Non siamo nella zona calda dei Blues Pills ma poco ci manca. Ad occhi aperti (il pezzo) è freschissimo: prendete il rock e fatelo saltellare nell’allegria della lounge music. Qualcosa di simile lo fecero venti anni fa gli Euroboys (costola strumentale e cinematica dei Turbonegro) nel tempio DIY dello stoner desert a nome Man’s Ruin.

Il finale di Insonnia è ancora più divertente e ludico di tutto quello che abbiamo sentito finora: da una impro percussiva di attrezzi casuali ci introiettano nel momento della creazione hic et nunc.

Non è da tutti fare un regalo così al proprio pubblico.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ALICE TAMBOURINE LOVER – Down Below




Alice Tambourine Lover – Down Below


Immergersi nel mondo degli Alice Tambourine Lover è come entrare in un universo fatato. Tutto è meraviglioso e ben fatto, un mondo antico che risplende nella modernità in forma classica.

Li avevamo scoperti con il buon esordio Naked Songs del 2012, successivo allo split della band nella quale Alice Albertazzi e Gianfranco Romanelli hanno perfezionato il loro stile musicale, gli Alix, formazione heavy psych da Bologna. Il titolo di quell’album alludeva a qualcosa di più intimo e raffinato, delle naked songs appunto dalla struttura delicata.

Al quarto album il duo, nella vita e nell’arte, ha perfezionato il songwriting ed ha pubblicato il proprio capolavoro, Down Below. La titletrack rivendica ed ottiene l’eredità di PJ Harvey del periodo To Bring You My Love, dove la voce di Alice si alza, si alza, si alza e vola in alto. Un brano che fa il paio con Blow Away, canzone che dosa dolcezza e classe in uguale misura. Non è da meno il lavoro delle chitarre di Gianfranco: su un arrangiamento ritmico elegante spuntano come fiori effetti di dobro e resonator dosati con classe.

Sembra di rivivere la magia che legò trent’anni fa la sopracitata PJ con John Parish, facendole sfornare i capolavori che conosciamo. Ovviamente non tutto è figlio della carismatica compositrice del Dorset.

Emergono spunti che prendono tanto della scrittura di Mark Lanegan (Dance Away e Train) quanto dai profumi desert rock del Rancho de la Luna (Follow) e dal grunge unplugged di metà anni Novanta (Rubber Land). Ma il gioco dei rimandi è solo un tracciare dei contorni sfumati di una mappa che limita un paesaggio ricco di bellezza e da esplorare con la mente libera.

La Go Down Records che pubblica i lavori del duo da quasi dieci anni ha a cuore la sorte bella buona musica e noi con loro.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 4 giugno 2019

New Review | BRANT BJORK – Jacoozzi




Brant Bjork – Jacoozzi


È un vero piacere riascoltare il buon vecchio Brant Bjork con un nuovo album prettamente strumentale (o quasi) come Jacoozzi. Dai tempi di Jalamanta del 1999 non risentivamo una tale genuina ispirazione dare sfogo a composizioni rilassate e jammose che sono la vera esistenza di Bjork.

Il suo modo di comporre per strati, iniziando da un’intuizione semplice, aggiungendo tocco dopo tocco un arrangiamento aperto, è la vera rivoluzione che possiamo assumere in ambito desert rock. Brant è così: spontaneo e solare. Ce lo immaginiamo sereno lasciare i Fu Manchu e i Kyuss per seguire la sua stella, anche se meno remunerativa in termini di fama. Ma chi lo segue lo sa: da lui ci aspettiamo solo musica meravigliosa. Come già accaduto per il recente Mankind Woman.

Il suo modo di suonare la chitarra è unico. Per qualche verso lo possiamo accostare a John Frusciante, a causa dell’abbandono di tutte le sovrastrutture e condizionamenti, per mostrarsi a nervi scoperti.

Brant Bjork: Jacoozzi e desert rock

Can’t Out Run the Sun ci dice proprio questo e non sono passati vent’anni invano. Brant è ancora là, a rollarsi un joint al Rancho de la Luna (lo potete vedere nel bel film Sabbia, di qualche tempo fa) pronto a suonare a qualsiasi ora del giorno. E questo ci arriva diretto dall’ascolto dell’album attraverso una produzione che ci fa assistere al processo esecutivo e di registrazione, in un colpo solo.

Sembra quasi di sentire i fruscii dai microfoni e le voci a fine sessions. Mexico City Blues è sospesa e sinuosa, Guerrilla Funk è sleazy & dirty come se Brant per un momento diventasse l’erede di Curtis Mayfield. Bjork è l’unico che può permettersi di mettere su un disco una frase di batteria e dagli il titolo di una canzone: Five Hundred Thousand Dollars!

Mixed Nuts sembra uscita da qualche Italian library collection su film con Adolfo Celi e Gastone Moschin, Lost in Race è Santana al 100% (a proposito, quando gli verrà riconosciuta l’importanza dei suoi dischi dei Settanta nella scena heavy psych?), Polarized un delirio in acido costruito sul banco mixer e la finale Do You Love Your World?, unica ad essere cantata, è il risultato della frequentazione dei salotti artistici allestiti dalla moglie Zaina Alwan nella proprietà di Zainaland.

Bentornato Brant. Che la tua stella ti guidi sempre più in alto.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | NEBULA – Holy Shit




Nebula – Holy Shit


Da tempo aspettavamo un nuovo lavoro dei Nebula. Dal lontano 2008, anno in cui è stato pubblicato Heavy Psych, didascalia appropriata per un suono, un mood, un gruppo che in quel momento si (e ci) stava salutando. Coincidenza delle coincidenze, da lì a poco sarebbe nata la Heavy Psych Sounds Records che, dopo il gustoso antipasto di demos e outtakes di qualche mese fa, ci propone Holy Shit, il nuovo lavoro del trio più figo che esista in ambito stoner rock.

I Nebula sono tornati e quel carico di Hawkwind + Motorhead + Cream è ancora più efficace che mai. Man’s Best Friend parte con un tiro astrocosmico che si frantuma in rallentamenti con acustica che mettono i brividi. Ecco, questa è la cifra stilistica dei Nebula: sdoganare il suono acustico per irrobustire il contesto hard, donando all’ascoltatore quella magia di essere trasportato verso mondi sconosciuti.

La coppia Messiah e Its All Over ci riporta con mano ai fasti di To the Center, album faro di come si possa intendere il rock attraverso una classe inaudita. Il suono di Eddie Glass è una garanzia, solo lui riesce a dosare il fuzz con i feedback del delay in una maniera così dolce. Ma se questo è tutto ciò che già conoscevamo dei Nebula, non mancano le sorprese.

Parliamo di Fistuful of Pills, che suona davvero strana e che ci fa pensare che ai nostri piaccia ancora divertirsi, o come la parte centrale di Tomorrow Never Comes, dal ritmo flamenco e piccante.

Gates of Eden riporta alla luce i sapori di Apollo, album del 2005 in cui i Nebula affondavano il colpo verso la parte della loro musica affogata nel garage rock, così come Lets Get Lost è grezza e stoogesiana alla maniera di Let It Burn. Il finale di The Cry of a Tortured World è una semi-ballad dal sapore acido e dissoluto che non sfigurerebbe nell’ultimo film di Quentin Tarantino.

I Nebula sono tornati: una gran quantità degli di album che abbiamo sentito negli ultimi dieci anni appare semplicemente sbiadita.

Eugenio Di Giacomantonio

martedì 30 aprile 2019

New Review | THE WORST HORSE – The Illusionist




The Worst Horse – The Illusionist


Una potenza hard stoner si sprigiona dalle casse appena mettiamo su The Illusionist, il nuovo lavoro dei The Worst Horse, band milanese edita dalla Karma Conspiracy di Benevento.

David Podestá alla voce è il vero mattatore della scena: come un Gassman prestato alla musica, David è un fantasista che poggia su basi atletiche. Riesce a dare espressione viscerale a tutte le composizioni imbastite da Omar e Francesco che non sono da meno in merito ad originalità e brillantezza.

Il concept di questa opera prima (appena prossima al primo EP omonimo del 2015) è mutuato dall’immaginario fumettistico bonelliano, come rivela la suggestiva copertina di Alessandro Iannizzotto, ma la musica è figlia della meglio gioventù americana. Un bel mix bastardo tra Clutch, Fu Manchu, Fireball Ministry, Wo Fat è il cocktail servito a caldo.

Emerge anche una lettura non compiacente di certi amori adolescenziali metallici (impossibile non pensare che il nostro David non abbia amato una band come i Metallica, o meglio, James Hetfield), ma il risultato è filtrato attraverso la New Wave of American Stoner Rock degli anni Duemila, che immaginiamo sia il vero fulcro su cui si posa la scrittura di Omar.

C’è una buona quantità di riff che tengono insieme tutta l’impalcatura dei pezzi, altre volte il mood si fa più rilassato (XIII, Circles e Blind Halley) ed esce fuori un’idea di canzone espansa, non compressa nell’ortodossia stoner, anche se ovviamente sempre di heavy psych si sta parlando.

Il sapore in bocca che ci rimane alla fine del disco è quello di una band grassa e fumante: come certe portate della tradizione culinaria italiana che piacciono tanto agli stranieri.

Eugenio Di Giacomantonio