martedì 16 ottobre 2018

New Review | PALMER GENERATOR – Natura




Palmer Generator – Natura


It’s a family affair, come dicevano Sly and the Family Stone, quarantasette anni fa: Michele e Tommaso (basso e chitarra) sono fratelli e Mattia (batteria) è il figlio di Michele. Questo è l’affare più amorevole della loro storia, nata otto anni fa a Jesi, Ancona. I Palmer Generator sono al terzo album e si definiscono post psychedelic core, anche se siamo nelle zone più dolci di Mogwai e Pelican, ossia un post heavy rock tenero come il burro.

Natura è un disco in quattro parti, ordinate numericamente, riflessione sulla madre/matrigna tanto cara alle peregrinazioni intellettuali dei romantici, come sembrano esserlo i Palmer Generator che sin dall’opener Natura I viaggiano in punta di piedi con piccoli tocchi e lievi fraseggi.

Vicini a certi Causa Sui meno articolati e meno cervellotici, i nostri si abbandonano completamente nelle braccia dei pezzi che toccano o sorpassano i dieci minuti ciascuno: un modo di lasciarsi andare, liberi nelle loro mappe emozionali.

Si parte da un fraseggio di chitarra, echo e delay, si sta lì intorno a far lievitare la massa sonora, senza soffocarla. Si aggiungono basso e batteria a colorare il tutto e si passa tra il forte e il lieve senza strattoni. Facile pensare che tutto nasca in sala prove, dopo un joint, in una jam torrenziale e continua, segno del proprio essere e farsi musica.

Ogni tanto si sentono echi latini à la Los Natas, altre volte si accende il fuoco motorik (Natura II) che sembra essere, per questo album, il vero centro di gravità. Facile abbandonarsi sulle rive ambientali di Natura III, una decina di minuti space form con qualche spezia orientale, prima del finale di Natura IV che nell’Oriente ci si butta di pancia. L’affare di famiglia è davvero un buon affare.

Eugenio Di Giacomantonio

New review | GRAVE – A Trip to Mustafar




Grave – A Trip to Mustafar

Il viaggio verso Mustafar (pianeta immaginario nato dalla fantasia di George Lucas) è sulla navicella spaziale dei Grave (band reale, pronuncia italiana, come non è successo nulla di grave) che con quattro tappe strumentali ci fanno abbandonare l’atmosfera terrestre.

Nati sulle sponde del Tagliamento e abbeverati alla sacre fonte di Black Sabbath, Kyuss e Colour Haze, Marco, Davide e Demos dimostrano una classe e una padronanza musicale notevole. I pezzi di A Trip to Mustafar si aggirano intorno ai dieci minuti ognuno e si intuisce come sia difficile arrivare a quella distanza senza annoiare.

Prendiamo per esempio The Incredible Duna Man che, pur pagando il tributo a Demon Cleaner dei Kyuss, riesce a smarcarsi di lato e a ispessire il ventaglio sonoro verso altre direzioni; in più l’intro à la Fu Manchu è chiara indicazione che i loro ascolti si nutrono solo del meglio.

Così sono anche gli altri pezzi: alcuni si inclinano verso sonorità Seventies (Space Embryo è un bel ragionamento sul perché i riff dei Black Sabbath siano immortali), altre volte rivelano come la grande mama blues riesca a manifestarsi in qualunque forma (Johnny Greender Story) riuscendo a tenere alta la soglia di attenzione e di soddisfazione dell’ascoltatore.

Merito anche della presenza liquida di Matt ai sintetizzatori che, seppur facendo un lavoro sotterraneo, riesce a dare il suo contributo. I ragazzi ci sanno fare e immagino che il meglio debba ancora venire.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | BRANT BJORK – Mankind Woman




Brant Bjork – Mankind Woman


Altro bel colpo piazzato dalla romana Heavy Psych Sounds: dopo The Revolt Against Tired Noises degli Yawning Man arriva Mankind Woman, tredicesimo album in studio di Brant Bjork, un ragazzo che genuinamente rappresenta la parte migliore, incontaminata e spirituale di tutta la scena desert psych americana. Sia negli album dei gruppi maggiori (Kyuss, Fu Manchu, Vista Chino) che dei minori (oltre agli splendidi Ché e Ten East il nostro ha suonato tra Desert Sessions, Fatso Jetson, Mondo Generator e nella meteora che fu Yellow #5), Brant ha donato il suo stile black flower power senza condizionamenti. Ogni volta che sentiamo il suo tocco, il suo modo di interpretare un pezzo, quello che viene fuori è pura anima.

Andiamo un passo indietro a risentire Tres Dias o Local Angel, album privi o quasi di elettricità: qualcosa di simile ad una preghiera, un colloquio con la parte magica e trascendente della vita. Quando ha iniziato a realizzare i suoi album solisti si respirava un’aria famigliare e domestica; uno scorcio casalingo sul suo modo di suonare e registrare lontano dalla confusione e dalle contaminazioni altrui (Jalamanta, edito dalla Man’s Ruin nel 1999, o Keep Your Cool del 2003).
Negli anni Bjork ha aperto il ventaglio delle collaborazioni ad amici vicini e lontani: ne son venuti fuori album come Brant Bjork and The Operators (con Mathias Schneeberger e Mario Lalli), Saved by Magic (Brant Bjork e i The Bros.) e Somera Sol (con la Low Desert Punk Band) che nonostante gli arrangiamenti più elaborati non riuscivano a schiacciare il presupposto originario di Brant: lasciare la musica spontanea.

Negli ultimi album, da Black Flower Power del 2014 ad oggi, il fatto di essere in una band sempre più stabile ha condizionato il nostro portandolo verso un songwriting meno autoriflessivo ed inclusivo delle varie sensibilità degli altri elementi in studio. Così è anche quest’ultimo Mankind Woman, che se da un lato manca degli aspetti più emotivi del suo autore, dall’altro mette sul tavolo un album ben scritto e ben suonato. Compartecipe alla scrittura è il chitarrista della Low Desert Punk Band, Bubba Dupree, e per la prima volta assistiamo alla performace di Sean Wheeler alla voce in alcuni pezzi (Nation of Indica, Somebody e Pretty Hairy).

Il mood sleazy di Brant esce fuori in pezzi soulful come la doppietta Lazy Wizard e Pisces, in cui il suono della chitarra, quel suono specifico unito al suo caldo timbro vocale, manda l’ascoltatore in un’altra dimensione. Altre volte la visione originale del nostro viene contaminata dai suoi ascolti (a tal proposito c’è da ricordare la scena in cui Brant sfoglia la sua collezione di dischi nel film Sabbia del 2006 per comprendere in quali e tali direzioni proviene la sua espressione artistica) come nella title track, che parte da un riff hendrixiano per scontrarsi frontalmente con lo stile dei Deep Purple. Ottime anche 1968 e Brand New Old Times, quest’ ultima dolce e scanzonata con un riff circolare che si imprime nella testa, mentre la prima è un urlo primitivo che descrive il tempo distopico che vive il nostro.

Brant Bjork è patrimonio dell’umanità: un artista come lui ogni cinquant’anni e la musica sarebbe salva per sempre.

Eugenio Di Giacomantonio

New review | YAWNING MAN – The Revolt Against Tired Noises




Yawning Man – The Revolt Against Tired Noises

La bellezza e l’originalità della chitarra di Gary Arce sono ben note. Dalla metà degli anni Ottanta costruisce il suo stile pizzicato e riverberato all’infinito, guadagnandosi la meraviglia e il tributo di gente come John Garcia e Josh Homme (dai generator party riprendono una allora inedita Catamaran, a.d. 1988, pubblicandola nel loro ultimo disco a nome Kyuss, a.d. 1995, come segno netto di appartenenza). Ora gli Yawning Man sono diventati una band di culto e pubblicano il loro quarto album, The Revolt Against Tired Noises, con la nostrana Heavy Psych Sounds.


Gary è sempre il ragazzo gentile con gli occhi pronti a cogliere le bellezze del mondo ed al suo fianco ci sono Mario Lalli alle quattro corde e Bill Stinson dietro le pelli. A proposito di Mr. Lalli: è talmente fondante il suo stile che, quando si accende il microfono e canta, riporta tutto alla corte dei Fatso Jetson meno schizzati (Grant’s Heart). La cifra migliore si ha quando il gioco è in mano a Gary, come in Skyline Pressure (una estatica visione dall’alto, dell’alto) e Violent Light, quasi un bignami tecnico sulle qualità espressive della chitarra.

Si ha la percezione netta di ascoltare un artista fatto con la stessa pasta di monoliti come Jimi Hendrix o John Lennon: musica come missione. Sin dai tempi del ritorno con Rock Formations. Una mano innalzata verso l’alto e l’altra imposta sulla terra a far dono all’umanità di una energia ultraterrena trasformata in musica. L’iniziale Black Kite fa il paio con la title-track ed è evidenza di come l’ispirazione sia qualcosa che travolge l’individuo per trasportarlo altrove.

Per tornare a Catamaran, qui si presenta in maniera più melliflua e liquida, quasi riusciamo a percepire la brezza marina in faccia. Come a dire: sono passati trent’anni e noi siamo rimasti dove siamo partiti, riprendendo in mano il lume genuino e poetico dell’illuminazione artistica.

Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 13 settembre 2018

New Review | GIANNI URBANI – Compendium




Gianni Urbani – Compendium

L’uomo è una figura destinata a scomparire. Con questo incipit si presenta il compendio del secondo disco di Gianni Urbani, al secolo chitarrista dei Joe Maple e abile creatore di riff ammalianti. Osservando le  psicopatologie quotidiane che caratterizzano l’uomo del terzo millennio, ha sintetizzato la sua visione in elementi di neoluddismo. Ma se è vero che la tecnologia è portatrice di cambiamenti sociali, politici e culturali, è vero anche che essa è la struttura che permette la realizzazione espressiva e musicale del nostro che, nella solitudine del suo studio domestico, ha composto, prodotto e suonato sei pezzi di una bellezza verace.


Rispetto all’urgenza del debutto (#MusicaStocastica del 2015) dove non è stato facile contenere tutte le idee in un solo blocco, qui si gode di una rilassatezza mediata. C’è stato il giusto tempo per approfondire il viaggio dentro di sé e sul fondo di questa scoperta si è depositata una rabbia misurata.

Audiophoby si muove in punta di piedi, quasi avesse paura di attaccare il silenzio, e defluisce dentro L’abbraccio del pugile, che guarda in faccia Josh Homme, sfidandolo. Doors se ne infischia del gruppo di Venice Beach e fa emergere la fascinazione del nostro verso il lavoro di Trent Reznor, al netto delle chincaglierie elettroniche. Il Vuoto formale è il segno di un’attesa, mentre Funk the Fuck n’ Sax the Sucks (premio internazionale come miglior titolo 2018!) è la sua risposta hard/punk in odore blaxploitation (la vedremmo bene in un inseguimento del maestro Enzo G. Castellari).

Chiude Vladivostock che riprende la padronanza del mezzo di Audiophoby e tutto finisce dopo una ventina di minuti. Buono come il peperoncino sulla pasta, il lavoro di Gianni Urbani è cresciuto come un cactus sul brecciarone e continuerà a crescere.

Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 20 luglio 2018

New Review | SATORI JUNK – The Golden Draft




Satori Junk – The Golden Draft


The Golden Dwarf, secondo full-length dei Satori Junk, è un album molto interessante. Fatto tesoro della scoperta dei suoni Sixties degli Electric Wizard in Withcult Today, i quattro ragazzi milanesi ampliano l’intuizione in direzione melodica. Come a dire heavy/space/doom ma con un cuore. Ed ovviamente con una visione della cosa del tutto personale. Come ci spiegano i nostri, “l’idea principale della band è quella di intrappolare l’ascoltatore in un mondo rabbioso, scomodo e distorto” e ci riescono benissimo, scrivendo canzoni lunghe ed articolate che non disdegnano il tocco di fioretto (vedi alla voce All Gods Die).

Milano, con le sue nebbie ed i suoi fumi (immaginiamo non solo delle fabbriche!) deve essere stata fonte di ispirazione principale, dove la realtà urbana condiziona direttamente il vissuto di Luke Von Fuzz , Chris, Lory Grinder e Max. Ne esce fuori un sound che fa del riff il segno del disagio, ma anche del riscatto e della ribellione. Molto vicini a Sons of Otis, Comacozer e Monkey 3, i Satori Junk percorrono la stessa strada dei connazionali Kayleth, Black Capricorn e Ufomammut: spazio profondo e chitarre micidiali.

Le canzoni di The Golden Dwarf risultano scorrere una dentro l’altro come una sorta di concept album, dove chiude la title track che fa del Sabbath nero il vero punto di riferimento del gruppo, prima di abbandonarsi alla cover di Light My Fire: allucinata, pesante e liquida, lunga fino a undici minuti. Satori Junk: accendete il bong.






Eugenio Di Giacomantonio

New Review | UNIMOTHER 27 – AcidoXodicA




Unimother 27 – AcidoXodicA

È l’espressione di un sogno palindromo, in una città labirintica e tridimensionale dove l’orizzonte non cambia mai e sei costretto a rivedere lo stesso scenario, asfissiante e conturbante, fino al ritorno dello stato di veglia, come unica soluzione all’enigma. Così come è palindromo il titolo dell’album: AcidoXodicA che richiama in maniera diretta Aoxomoxoa dei Grateful Dead, anche se il mood del disco in questione è giocato su registri molto differenti rispetto alla band di San Francisco.

Partendo dai titoli, affascinanti e, se letti consequenzialmente, una piccola poesia, Piero Rannalli, già nei seminali e prime movers Insider, con il suo progetto solista (non in senso stretto, dato che qui si fa aiutare da Mr. Fit alle percussioni) Unimother 27 sonda il suo universo inconscio dove si assiste alla lotta tribeman vs townman, ossia alla lotta tra la coscienza del sé tribale contro l’altra parte del sé urbano. Ovviamente una volta imbracciata la sua Les Paul la predominanza del primo risulta evidente e ne esce fuori un sound primordiale e acrobatico.

Giocato tutto sulla bravura compositiva, ritmica e melodica, del nostro, AcidoXodicA è un viaggio strumentale psichedelico. A valle tra masse essa martellava è un bell’incrocio tra ritmi blaxploitation e tappeti acid temple alla maniera dei Liquid Sound Company; Opporti a me non è mai troppo è una bella sfera magica di melodia; È corta e atroce potrebbe passare benissimo in una sequenza di suspence nei film gialli Settanta italiani, così come Arte tetra. Sopra a tutto (essenzialmente anche sotto a tutto) la chitarra solista di Piero: un corto circuito che si auto insegue con una, due, tre tracce di solos a sovrapporsi o a prendersi amichevolmente a gomitate. In questo, i suoni delle percussioni e dei synth sono quasi dei costruttori d’ordine senza i quali il disfarsi sembrerebbe dietro l’angolo… Sembrerebbe, attenzione, non è; per mantenere questa sorta di equilibrio instabile c’è bisogno appunto di una visione concreta.

Conclude l’album Eterni attici di città in rete, tra l’Umiliani più divertito e gli Euroboys, quasi ad alleggerire lo stato di tensione generato dall’ascolto. Come già accaduto per dischi come Grin e Escape from the Ephemeral Mind, un gran bel lavoro, non c’è che dire.

Eugenio Di Giacomantonio