martedì 21 gennaio 2020

New Interview | Bruno Dorella



Il ritorno dei Ronin di Bruno Dorella: “Suoniamo la poesia della sconfitta”

 
Bruno Dorella è unico. A cinque anni da Adagio furioso, è tornato con i Ronin sfornando Bruto Minore, lavoro edito da Black Candy Records e che lo vede protagonista con Nicola Manzan (chitarra e violino), Roberto Villa (basso) e Alessandro Vagnoni (batteria). Lo abbiamo incontrato in occasione del concerto alla Cereria APS di Ascoli Piceno e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui. Una conversazione che, come la sua musica, non può mai essere banale.

Ciao Bruno, come stai?

Ciao Eugenio, tutto sommato non sto troppo male. La troppa consapevolezza e una forte dose di autocritica mi impediscono di essere completamente sereno, ma la mancanza di saggezza mi permette di compensare con continue cazzate, che rendono il tutto più movimentato.

Con i Ronin, la vostra musica è rivoluzione. Come nasce la scelta delle cover sull’anarchia (non tutte: ricordiamo It Was a Very Good Year di Frank Sinatra, che vede la partecipazione di tuo padre) e come mai nell’ultimo Bruto Minore è strumentale?

Siamo sempre stati fondamentalmente un gruppo strumentale, le canzoni (originali o cover) sono state usate nelle rare occasioni in cui avevamo qualcosa da dire. Come It Was a Very Good Year, omaggio a mio padre che la suonava sempre a casa quando eravamo bambini. Ora che non c’è più, sono ancora più felice di averglielo fatto fare. O il canto anarchico Il Galeone. La nostra musica gioca nel solco della tradizione. Lasciamo ai titoli e a qualche testo la possibilità di far trapelare qualcosa di ciò che siamo e pensiamo. Non troppo però. Ognuno deve essere libero di farsi il suo viaggio con la nostra musica. Tu dici che è rivoluzione. Benissimo, questo è il tuo viaggio, ci sta.

Il potere rivoluzionario può essere acceso dall’espressione esclusivamente strumentale?

Si può fare qualcosa con musica, titoli, immagini. Ma è difficile ottenere la stessa efficacia di un testo, la potenza della parola.

Gli sconfitti della società entrano in punta di piedi nei tuoi brani fino a prenderne possesso.

… E sono terribilmente affascinanti. Non farei mai a cambio con i vincitori. C’è troppa più poesia nella sconfitta.


Foto: R Amal Serena
Giulio Ragno Favero è stato come un quinto Beatles nella realizzazione di Bruto Minore?

Il suo contributo è sempre preziosissimo, spesso ai limiti tra fonico e produttore. In molti casi con Bachi da Pietra e OvO è stato un produttore a tutti gli effetti. Questo disco però è un po’ diverso dagli altri. La registrazione su nastro, suonando tutti insieme, ha fatto sì che il suo ruolo fosse un po’ più tecnico, meno creativo del solito, perché il mix doveva essere piuttosto fedele alle registrazioni. In ogni caso io e Giulio funzioniamo sempre molto bene, sono strasoddisfatto di ogni disco che ho fatto con lui.

Il metal è una spezia sotterranea in tutti i dischi dei Ronin, ma questa volta è uscita alla scoperto con un impatto quasi black. È un genere che ti piace?

Guarda, non mi definisco metallaro solo perché ascolto anche troppa altra musica, ma ho sempre ascoltato metal, sono sempre andato a concerti metal. Gli Iron sono la spezia (ormai non tanto più segreta) di tantissimi pezzi dei Ronin.

Ci piacerebbe sapere quali “cassetti interiori” apri o hai aperto per i progetti OvO, Bachi da Pietra, Wolfango, Ronin e come hanno influito su ciò che queste band hanno realizzato in musica.

Non sapendo esattamente cosa intendi per “cassetti interiori” vado di supposizioni, e immagino tu mi stia chiedendo di qualcosa che sta tra l’infanzia, l’inconscio, le ossessioni e i miei gusti musicali. Dunque faccio uno shake di tutto ciò, e dico:
OvO: il lato oscuro, i Neurosis, catarsi e sublimazione.
Bachi da Pietra: il bello del vuoto, Motorhead e Portishead, il segno dei Pesci.
Wolfango: la prima volta, il Caso, la no wave, l’ingenuità.
Ronin: la consapevolezza, la sconfitta, Morricone, gli Iron, il cinema.


Foto: Lenny Photography at I Candelai
Nella tua discografia c’è qualcosa che ti meraviglia ancora per la sua bellezza e qualcos’altro che avresti voluto cancellare dall’esistenza?

Spesso devono passare anni prima che riesca ad apprezzare davvero i miei lavori, ascoltandoli con distacco per poter dire “però, era fico sto disco!”. Mi è successo di recente con Quintale dei Bachi da Pietra. Una grande eccezione è l’unico album a nome Jack Cannon (si intitola 1/4 inch-XLR), mi è piaciuto subito e non ha mai smesso. Di recente ho pubblicato un album che nessuno si è filato, Estatico dei Tiresia, che reputo uno dei miei album migliori, spero che qualcuno lo riscoprirà in futuro. Non ci sono dischi che vorrei cancellare, ma vorrei poter riregistrare i primi 3-4 album degli OvO. Non avevamo i mezzi e l’esperienza per registrarli bene, non rappresentano la furia che eravamo dal vivo. Ma sono comunque fotografie di un periodo, un po’ come un tatuaggio scrauso: fa parte della propria storia, merita rispetto.

Sei soddisfatto di come stanno andando le cose per i Ronin?

La soddisfazione è la Morte. Mai soddisfatti, mai pacificati. Avanti tutta.

Il film Vogliamo anche le rose?

Un’esperienza bellissima, un piacere lavorare con Alina Marazzi, un privilegio fare le musiche per un film bello, e in più è stata l’occasione in cui ho conosciuto Ivan Rossi, colui che mi ha insegnato a lavorare in studio di registrazione.

Che ci dici invece di Impiccheremo l’ultimo re con le budella dell’ultimo prete?

Citazioni che si mischiano con ricordi e diventano qualcosa di diverso, nuovo e personale. Non posso chiedere di meglio.

Seguite i Ronin sul loro sito ufficiale per restare aggiornati sulle loro date live: un’autentica esperienza.

Eugenio DI Giacomantonio

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